Cinema

Con «un eroe», Ashgar Farhadi ha esaurito il suo registro

Un eroe, l’ultimo film del regista iraniano Asghar Farhadi ha suscitato reazioni contrastanti, sia da parte del pubblico che della critica, alla sua uscita in Iran, ma ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes nel 2021. Il film trasmette una sensazione di déjà vu e sembra una pallida copia di molti dei suoi vecchi film.

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Un eroe si svolge a Shiraz. Rahim, il protagonista, sconta una condanna in prigione perché non è riuscito a ripagare il debito contratto con l’ex cognato Bahram. Quando la sua compagna gli dice di aver trovato una borsa piena di monete d’oro, Rahim chiede una licenza premio, nella speranza di poter ripagare i suoi debiti ed essere rilasciato. Ma la somma si rivela inferiore a quella sperata dalla coppia, e il detenuto decide di rintracciare la legittima proprietaria della borsa. Distribuisce dei volantini nel quartiere prima del suo ritorno in prigione. Presto però una donna chiama per reclamare l’oggetto smarrito. Appresa la notizia, la direzione del penitenziario decide di dare risalto mediatico alla storia, soprattutto attraverso i social network, per presentare un’immagine positiva dell’amministrazione agli occhi del pubblico. Rahim diventa così “un eroe”.

Per chiunque conosca il cinema di Farhadi, lo schema è familiare. Qui ci troviamo di fronte a due personaggi principali antagonisti, dove ognuno ha le sue ragioni. Rahim è certamente vittima della crisi economica, ma anche Bahram ha davvero bisogno di quei soldi per far sposare sua figlia. In effetti, è difficile per lo spettatore esprimere un giudizio morale a favore dell’uno o dell’altro. Uno schema che risale a uno dei primissimi film di Farhadi, Šahr-e zibā (2004), in cui un adolescente, Akbar, viene condannato a morte per aver ucciso la sua ragazza. Anche lì, lo spettatore non può schierarsi: non può giudicare il padre, incapace di perdonare l’assassino di sua figlia, né condannare la sorella o l’amico di Akbar che cercano di salvargli la vita.

Lo stesso discorso vale per la trama, che sfrutta un filone che Farhadi ha continuato a sviluppare nel corso della sua carriera. Il film è quindi costruito attorno a due nodi principali. Una volta presentato il primo, c’è un colpo di scena che crea un secondo nodo dove la tensione drammatica è molto più rilevante. Così quando Rahim va all’ostandari, la sede del governatorato, dove lo attende un incarico come ricompensa per la sua rettitudine morale e la sua virtù, si accorge che la donna a cui sua sorella ha restituito la borsa non era la vera proprietaria, e che la donna è scomparsa. È il momento che segna l’inizio del declino, sia per l’eroe che per il film, mostrando la debolezza della sceneggiatura. Non si capisce infatti in che modo questa donna, che non è la proprietaria, possa conoscere dettagli e contenuto della borsa, né perché la polizia non intervenga e come mai spetti a Rahim di cercare la ladra.

Adeguarsi ai tempi

Nonostante i punti deboli e la sensazione di déjà vu, Farhadi sembra ancora cercare una certa novità nello stile. Cosa che appare in primo luogo nella scelta della lentezza. La balbuzie del figlio di Rahim prolunga i dialoghi; la storia a volte procede a fatica, sposando il ritmo interminabile dei giorni in carcere, prima che arrivi un momento di crisi o di violenza, dove il regista padroneggia perfettamente la messa in scena. Ma al di là di questo aspetto, Farhadi si adegua disperatamente ai tempi. L’idea che appunto gira tra scrittori e sceneggiatori iraniani da qualche decennio è che, per non sembrare obsoleti, è necessario saper integrare nella storia le ultime tecnologie. Farhadi ha seguito il consiglio dando ai social un ruolo rilevante nella sceneggiatura. Ciononostante, la sua esperienza in materia riduce il senso di realismo. In effetti, il regista era già molto noto quando queste tecnologie sono diventate importanti canali di diffusione, e sembra che non conosca come funzionano i social per le persone “normali”. Anche se qualcuno pubblica un video o scrive un breve testo su Rahim, il povero “eroe” quotidiano, ciò non cambia la vita di quest’ultimo, se ci atteniamo ai criteri del realismo. Ma nel film, il video ha un impatto immediato e ne parla tutta la città. Allo stesso modo, tutti i personaggi sono collegati tra loro attraverso i social media, anche se appartengono ad ambienti molto distanti.

È ancora in nome di questa svolta che Farhadi lascia Teheran per ambientare il suo set a Shiraz? Oppure è perché questa città rappresenta l’“origine” della cultura persiana, lo spettro dell’identità nazionale iraniana? In ogni caso, è stata una scelta infelice. La città è ridotta a un ambiente neutro, che lo spettatore nota a malapena. E anche se Shiraz è due volte e mezzo più grande di Parigi, la città è filmata come se fosse un piccolo villaggio dove tutti si conoscono. Quanto basta, anche qui, a dare un’impressione di inverosimiglianza.

I personaggi rappresentano un altro grande punto debole di questo film. Finora, Farhadi aveva inserito qualche elemento biografico per costruire un personaggio, senza mai ritrarlo a grandi linee. Quel poco che veniva svelato, però, bastava a identificare i protagonisti e a cogliere il ruolo che il temperamento dell’uno o dell’altro andava ad interpretare. Così, in Una separazione, per esempio, una o due piccole scene enfatizzano il carattere ostinato del personaggio di Nāder, e chiariscono poco dopo la sua reazione di fronte all’aborto spontaneo di Razieh, in cui si ritrova coinvolto. Non c’è niente di tutto questo in Un eroe, e lo spettatore fa fatica a capire come il carattere tenero, indeciso e quasi ingenuo di Rahim possa suscitare tanto odio da parte dell’ex cognato e di sua figlia, così come il rapporto con la sua compagna non chiarisce in alcun modo la passione incondizionata che lei nutre per lui.

Un’unanimità a livello internazionale

Nonostante tutte le debolezze, il film è stato ancora una volta molto ben accolto all’estero, come avviene sistematicamente ormai per tutti i lungometraggi di Asghar Farhadi. Difatti, dopo Una separazione, il regista sembra aver trovato la formula perfetta per raggiungere il consenso, sia presso le autorità iraniane che agli occhi dei critici occidentali. Costruendo personaggi essenziali attraverso un tratto caratteriale, il regista riprende il discorso sulla morale pubblica e ne smussa gli angoli attraverso la finzione. D’altra parte, offre allo spettatore occidentale un’immagine delicatamente orientalista, quella di un Iran decisamente diverso, impermeabile ai giudizi e ai valori occidentali, e che si può solo accettare – e premiare – come tale. In Una separazione, per esempio, Razieh incarna la fede pura, come esiste nei libri di teologia, e probabilmente da nessun’altra parte. Quanto a suo marito, la sua incapacità di parlare ne rappresenta la sintesi. È lui quindi il simbolo della classe popolare privata dell’uso retorico, politico e persino sociale della parola.

L’immenso successo del film nei festival internazionali non ha fatto che rassicurare il regista circa l’efficacia della sua formula. Farhadi preferisce quindi astenersi dal dare giudizi. Ma a partire da Il passato, quest’assenza di giudizio è stata ampliata da una sorta di “meta-giudizio”. Il regista sembra dirci: vi condanno, perché siete incapaci di non giudicare. Una morale che ha raggiunto il culmine ne Il cliente (2016). È la storia di una coppia costretta a lasciare il proprio appartamento e che si trasferisce in un alloggio messo a disposizione da un amico. I nuovi arrivati non lo sanno, ma, prima di loro, l’appartamento era occupato da una prostituta. Una sera, quando la donna è tutta sola in casa, un vecchio cliente entra nell’appartamento e violenta la nuova inquilina. Di fronte a tale situazione, la morale della storia è sconvolgente per la sua eccessiva semplificazione: la vittima perdona il pover’uomo che l’ha violentata… perché lui non poteva farne a meno. Una morale che sfugge al marito, incapace, a differenza di sua moglie, di liberarsi di ogni giudizio morale. Ci aspetteremmo quindi che un film del genere crei scandalo, soprattutto a livello internazionale, ma non è avvenuto niente di tutto ciò. Ancora una volta, Farhadi ha ritirato i premi – in questo caso quello per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes (2016) e il suo secondo Oscar per il miglior film straniero (2017). Ancora una volta, la critica occidentale sembra dire: chi siamo noi per giudicare?

In Iran, i critici che difendono Un eroe non si soffermano sui punti deboli del film e preferiscono giustificarne il successo sottolineando il messaggio che veicola. Per loro, la società iraniana, sostenuta dall’entusiasmo e dalla febbre dei social network, crea di sana pianta degli eroi, non sempre degni della loro notorietà, prima di ripudiarli e dimenticarli altrettanto rapidamente. Tuttavia, anche se accettiamo una simile lettura, la trama presenta ugualmente molto buchi. Farhadi non si è reso conto dei punti deboli della sua sceneggiatura, proprio lui che aveva iniziato la sua carriera nel cinema come sceneggiatore e che ha realizzato i suoi film migliori affidandosi alla forza della scrittura? Stentiamo a crederlo. A meno che non sia più il regista “neorealista” che credevamo. E forse addirittura non lo è mai stato.

Accettare questa premessa è un’arma a doppio taglio. Farhadi vorrebbe così mostrarci, attraverso elementi che consideriamo incoerenti, che non cerca la verosimiglianza e non l’ha mai cercata, ma che eravamo noi a non volerlo vedere. Anche l’alternanza tra lentezza e violenza, sottolineata prima, s’iscriverebbe in un approccio simbolico, al di là di ogni realismo. Quanto al potere volutamente sproporzionato dei social network, questo è solo un modo per trasporre l’impatto egemonico che hanno sulla società. Tuttavia, una tale interpretazione renderebbe notevolmente più povero il contenuto del film. Farhadi sarebbe quindi un regista a tesi, il cui scopo non è quello di essere innovativo. Per di più, la lettura realistica pesa ancora sui suoi film, quindi l’inverosimiglianza non va intesa come un elemento stilistico, quanto piuttosto come un punto di debolezza nella sceneggiatura.

Farhadi cercherà di rinnovare il suo stile? Forse è arrivato il momento di farlo, perché i suoi ultimi film cominciano già a lasciar presagire l’impressione di ripetersi. Per il momento, il regista resta ancora troppo fedele ai suoi lavori passati. Un eroe potrebbe quindi essere un punto di svolta nella sua carriera. I suoi prossimi film daranno a questo lungometraggio il suo pieno significato, determinando se si tratti dell’inizio di un nuovo periodo o della fine di un regista che non riesce più a rinnovarsi.