Editoriale

Oscenità israeliane, complicità occidentali e arabe.

“Osceno” è il primo termine che viene in mente guardando a come è stato attaccato e violato il corteo funebre della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh. Il suo assassinio, tuttavia, non è stato un caso isolato, ma un crimine collettivo la cui lista di complici è molto lunga, e arriva in Occidente.

Gerusalemme, 13 maggio 2022. Le forze di sicurezza israeliane caricano gli uomini che trasportano la bara della giornalista Shirin Abou Akleh all’uscita dell’ospedale.
Ahmad Gharabli/AFP

Osceno. L’aggettivo, preso in prestito dal latino obscenus, significa “infausto, sinistro”, ed è entrato nel linguaggio corrente con l’accezione di qualcosa che “ha un brutto aspetto, tale da doverlo nascondere”.

Antigone a Gerusalemme

È questo il primo termine che viene in mente guardando le immagini dei funerali della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, assassinata mercoledì 11 maggio 2022 dall’esercito israeliano. La polizia ha preso d’assalto il suo feretro, che per poco non è caduto, picchiando i manifestanti, lanciando granate assordanti e strappando le bandiere palestinesi. Al di là di ogni giudizio politico, è un’azione che mina nel profondo la dignità umana, viola un principio sacro che risale alla notte dei tempi: il diritto di essere sepolti con dignità, come ricorda il mito di Antigone. È lei che si rivolge al re Creonte, che rifiuta di dare sepoltura a suo fratello, e di cui ha violato gli ordini:

Non credevo che i tuoi decreti potessero avere tanta forza da abrogare quella delle leggi non scritte degli dèi, quelli leggi che non solo oggi o ieri, ma sempre vivono e nessuno sa quando apparvero.1

Israele non ha neanche tentato di nascondere le sue azioni, perché non le considera oscene. Ha agito alla luce del sole, con quella chutzpah2, quell’arroganza, quel sentimento coloniale di superiorità che caratterizza non solo la maggioranza della classe politica israeliana, ma anche una gran parte dei media, allineati con le storie propagandate dai portavoce dell’esercito. Itamar Ben-Gvir – un deputato che potrebbe essere fascista, come lo sono con diverse sfumature molti membri del governo attuale e dell’opposizione – ha espresso un sentimento condiviso in Israele, scrivendo che:

“Quando i terroristi sparano ai nostri soldati a Jenin, si deve rispondere con tutta la forza necessaria, anche quando dei ‘giornalisti’ di Al Jazeera sono presenti sul posto, in mezzo alla battaglia, per ostacolare i nostri soldati”.

La sua frase conferma che l’assassinio di Shireen Abu Akleh non è stato un incidente, ma il risultato di una politica deliberata, sistematica, pianificata. Altrimenti come spiegare che mai nessun giornalista israeliano è stato ucciso coprendo gli stessi avvenimenti, mentre secondo l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (RSF) 35 loro colleghi palestinesi sono stati eliminati dal 2011, nella maggior parte fotografi e cameramen3 – i più “pericolosi”, perché raccontano con le immagini quello che succede sul campo? Questa asimmetria non è che una delle molteplici sfaccettature dell’apartheid in corso in Israele e Palestina, così ben descritto da Amnesty International: a seconda che si sia occupanti o occupati, i “giudizi” israeliani vi renderanno bianchi o neri per parafrasare La Fontaine, in quanto la sentenza il più delle volte equivale alla pena di morte per il più debole.

Il criminale può indagare sul crimine che ha commesso

Per una volta, l’omicidio di Shireen Abu Akleh ha suscitato un po’ più di reazioni internazionali ufficiali rispetto al solito. A ciò ha contribuito la sua notorietà, il fatto che fosse una cittadina americana e di confessione cristiana. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche adottato una risoluzione di condanna del crimine, chiedendo un’indagine “immediata, approfondita, trasparente e imparziale”, senza tuttavia spingersi fino a pretendere un’inchiesta internazionale, cosa che Israele ha sempre rifiutato. Per anni, le organizzazioni in difesa dei diritti umani israeliane, come B’Tselem, o internazionali come Amnesty International o Human Rights Watch (JWR), hanno documentato il modo in cui le “inchieste” dell’esercito non conducano mai a niente.

Queste proteste ufficiali saranno seguite da fatti? Possiamo già rispondere di no. Non ci sarà alcuna inchiesta internazionale, perché né l’Occidente né i paesi arabi, che hanno normalizzato le loro relazioni con Israele, sono pronti ad andare oltre le denunce verbali che non scalfiscono nessuno. Né sono pronti a riconoscere ciò che la storia recente invece conferma, sapendo che ogni concessione fatta a Israele, lungi dal provocare la “moderazione” di Tel Aviv, incoraggia invece colonizzazione e repressione. Chi credeva davvero che l’apertura di un’ambasciata di Israele ad Abu Dhabi, negli Emirati, avrebbe permesso di influenzare la politica israeliana? O che la compiacenza di Washington e dell’Unione Europea verso il governo israeliano - nostro “alleato nella guerra al terrorismo” – avrebbe portato un rallentamento della colonizzazione dei territori occupati, che tuttavia si pretende di condannare?

La Corte suprema approva l’occupazione

Due fatti recenti confermano l’indifferenza totale del potere israeliano verso le “proteste” dei suoi amici. La Corte suprema israeliana ha autorizzato la più grande evacuazione forzata di popolazione dal 1967, con l’espulsione di oltre 1.000 palestinesi che vivevano negli 8 villaggi a sud di Hebron scrivendo, senza alcuna vergogna, che la legge israeliana è al di sopra del diritto internazionale. Troppo occupati a sanzionare la Russia, gli occidentali non hanno reagito. E il giorno stesso dell’addio a Shireen Abu Akleh, il governo israeliano ha annunciato la costruzione di 4.400 nuove unità abitative nelle colonie della Cisgiordania. Perché dovrebbe limitarsi, sapendo di non rischiare alcuna sanzione e che le condanne, anche quando ci sono, finiscono nel cestino della spazzatura del ministero israeliano degli Affari esteri, compensate dall’appello permanente al sostegno di Israele?

Quello che accade in Terra Santa da decenni non è né un episodio della “guerra contro il terrorismo”, né uno “scontro” tra due parti uguali, come lasciano intendere certi titoli dei giornali e alcuni commentatori. I palestinesi non sono attaccati da extraterrestri, come potrebbe far credere la reazione del ministro degli Affari esteri francese Jean Yves Le Drian, che sul suo account Twitter ha scritto: “Sono profondamente scioccato e costernato di fronte alle violenze inaccettabili che hanno impedito al corteo funebre di Shireen Abu Akleh di svolgersi nella pace e nella dignità”, ha scritto.

Quanto a tutte le lezioni impartite ai palestinesi, accusati di aver usato la violenza – ben più limitata di quella agita dagli israeliani – ricordiamo le parole di Nelson Mandela, un’icona un po’ imbalsamata per molti commentatori per quanto sia stato un rivoluzionario che ha portato avanti la lotta armata per la fine del regime di apartheid di cui Israele è rimasto fino alla fine uno dei più fedeli alleati:

“E’ sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta. Se l’oppressore utilizza la violenza, l’oppresso non avrà altra scelta che rispondere con la violenza. Nel nostro caso, non è stata che una forma di legittima difesa”.

Senza dubbio, non conosceremo mai l’identità del soldato israeliano che ha premuto il grilletto e ha ucciso la giornalista palestinese. Ma ciò che già sappiamo è che la lista dei complici è lunga. Che abbia le sue radici a Tel Aviv, che si estenda a Washington, che s’intrufoli a Abu Dhabi e Rabat o che si nasconda a Parigi e Bruxelles. L’assassinio di Shireen Abu Akleh non è stato un atto isolato, ma un crimine collettivo.

1Sofocle, Antigone, a cura di Massimo Cacciari, Torino, Einaudi, 2007.

2NdT. Parola ebraica, di origine yiddish, traducibile con “insolenza” o “impertinenza”, intendendo la “faccia tosta” di chi crede eccessivamente in se stesso. Nel linguaggio corrente assume una connotazione positiva, ed ha l’accezione della fiducia in se stessi che consente cose ad altri impossibili.

3Si veda anche, Olivier Pironet, «Morire a Jenin», Blogs du Monde diplomatique, 14 maggio 2022.