Dal 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso 946 palestinesi nella Cisgiordania occupata, di cui 187 erano bambini, tra questi Sham Mohamed Salah Zahra di 8 anni, Karam Mohamed Salah Zahra di 5 anni, Abdullah Jamal Hawash di 11 anni e Rokaya Ahmed Odeh Jahalin di 4 anni.
L’operazione “Muro di ferro”, iniziata il 21 gennaio, ha già causato la morte di almeno 63 palestinesi, in gran parte civili, e lo sfollamento forzato di altri 40.000, costretti a lasciare le loro case nei campi profughi di Nur Shams, Tulkarem e Jenin.
L’obiettivo dell’operazione è quello di neutralizzare i gruppi di resistenza armata responsabili degli attacchi contro i coloni nella Cisgiordania occupata, che regolarmente attaccano – e uccidono – i palestinesi con ogni tipo di arma. Tutto questo in un territorio che il ministro delle Finanze e suprematista ebraico Bezalel Smotrich ha promesso di annettere l’11 novembre 2024.
Per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada (2000-2005), il governo di Tel Aviv ha schierato i carri armati nella Cisgiordania occupata, territorio che ha addirittura bombardato. In una dichiarazione del 23 febbraio 2025, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato il divieto per gli sfollati di far ritorno alle loro case. Il ministro ha inoltre ordinato all’esercito di prepararsi a una “permanenza prolungata” nella regione, che potrebbe durare fino a un anno.
Racconto di Jenin per immagini.
“Ancora un’ennesima Nakba”

Il campo profughi di Jenin, considerato una delle principali roccaforti della resistenza armata palestinese in Cisgiordania, accoglie circa 30.000 abitanti, tutti discendenti dei rifugiati della Nakba del 1948, quando oltre 700.000 palestinesi vennero cacciati dalle loro città e villaggi. I rifugiati non hanno diritto alla libertà di movimento e devono richiedere permessi alle autorità israeliane, spesso difficili da ottenere, per recarsi in città, a Gerusalemme o alla moschea di Al-Aqsa. Le incursioni regolari dell’IDF hanno distrutto infrastrutture, sistemi di tubazioni e reti elettriche. I residenti sono regolarmente al buio cosa che, insieme al fuoco nemico, non fa che terrorizzare i bambini.
Il 21 gennaio 2025, l’IDF ha effettuato dei raid aerei e delle incursioni di terra, chimando in causa lo Shin Bet – una delle principali agenzie di intelligence israeliane insieme al Mossad – e la polizia di frontiera (Magav).

Se, da una parte, gli israeliani dichiarano di combattere i “terroristi”, in realtà, dall’altra, si trovano i civili in prima linea. “Ancora un’ennesima Nakba”, mormorano gli abitanti esausti.




Le manovre delle forze di occupazione non hanno lasciato scampo ai 30.000 abitanti del campo profughi di Jenin. “Si stima che 100 case siano state distrutte o gravemente danneggiate. Gli abitanti del campo hanno sopportato l’impossibile. Secondo le nostre informazioni, da stamattina tutti hanno evacuato il campo”, ha detto Juliette Touma, direttrice delle comunicazioni dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che lancia l’allarme su una situazione “catastrofica”: gran parte del campo è stato interamente distrutto da una serie di esplosioni provocate dall’IDF. Chi è riuscito a fuggire si ritrova disperso nella zona con i propri familiari, spiega ancora la direttrice.
Il sindaco di Jenin, Mohammed Jarrar, ha detto che le distruzioni massicce hanno privato quasi il 40% dei quartieri della città dell’accesso all’acqua.



Secondo l’ONU, domenica 2 febbraio c’è stato il raid più violento, a causa di un’esplosione devastante, proprio nel momento in cui gli studenti dovevano fare ritorno a scuola. Secondo l’UNRWA, 13 scuole all’interno e nei dintorni del campo sono chiuse, stravolgendo così la vita di 5.000 bambini che abitano nella zona. L’unico sogno delle bambine palestinesi è quello di andare a scuola. “Il mio posto è in classe, non in mezzo alle rovine”, protesta una di loro. “È un’ingiustizia, perché ci privano dei nostri diritti umani? Il popolo palestinese non è umano?”.

In segno di solidarietà e vicinanza, un padre e le sue due figlie offrono un caffè ai giornalisti inviati sul posto. A destra, la piccola Nour, 5 anni, grida: “Guardate, è pieno di soldati di occupazione!”. Suo padre le chiede: “Hai paura?”. Risponde timidamente di “no”, mentre i droni israeliani, soprannominati zanana in arabo, non smettono di produrre un insistente ronzio insettoide.
Le vittime sono in gran parte civili
Secondo il ministero della Salute palestinese e il sito Shireen1, il bilancio è ormai raccapricciante: il 21 gennaio, erano oltre 40 le persone ferite e 12 i palestinesi uccisi, in gran parte civili. Tra loro ci sono Moataz Imad Abu Tabakh, un ragazzo di 16 anni che sognava già i suoi futuri studi, o altre vittime meno giovani, come Amine Salah Al-Asmar, 60 anni, o Raed Hussein Abu Al-Saba, 53.

Il 26 gennaio 2025, la casa della famiglia Al-Khatib è stata circondata dai soldati, proprio mentre preparavano la cena. Layla Al-Khatib, 2 anni, è stata colpita alla testa da un proiettile esplosivo sparato da un cecchino israeliano. “Che colpa aveva?” chiedono i suoi cari con un filo di voce, distrutti dal dolore.


Il bilancio in totale è di 9 bambini uccisi nella Cisgiordania occupata dopo il lancio dell’operazione “Muro di ferro” del 21 gennaio. Mohammed Amer Zakarna, 17 anni, è stato ucciso il 24 gennaio da un bombardamento mentre si trovava nei pressi di un centro medico a Qabatiya, a sud di Jenin. Ahmed Abdelhalim Al-Saadi, 14 anni, è stato ucciso il 1° febbraio da un drone che ha colpito un gruppo di cittadini vicino ad Al-Saadi Diwan, nel quartiere orientale di Jenin. Saddam Hussein Iyad Rajab, 10 anni, è morto il 7 febbraio a Tulkarem per le gravi ferite riportate dalle pallottole israeliane mentre giaceva a terra, tra pianti e richieste d’aiuto. La scena è stata filmata e fatta circolare rapidamente sui social, scatenando un’ondata di commozione e indignazione. Mohamed Ghassan Abu Abed, 16 anni, è stato ucciso durante gli scontri con l’IDF nel campo profughi di Nur Shams a Tulkarem il 12 febbraio 2025. Cinque giorni dopo, è toccato al quindicenne Dhia Eddine Ahmed Omar Saba’a morire a causa dei proiettili israeliani a Qabatiya. Infine, il 21 febbraio 2025, sono morti Ayman Nassar Al-Himouni e Rimas Omar Amory, il primo a Hebron, il secondo nel campo profughi di Jenin. Entrambi avevano 13 anni. Rimas è stata uccisa vicino a casa sua, senza motivo, dai cecchini.
Cortei funebri vietati
Ai palestinesi è stato impedito di portare i corpi su una barella sorretta a spalle – come vuole la tradizione – fino alla tomba. Sono stati i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), un’organizzazione umanitaria che fornisce servizi medici e di soccorso ai palestinesi, a trasportare i corpi delle vittime fino al cimitero.


1Osservatorio dedicato alla documentazione dei crimini di guerra di Israele, fondato da giornalisti in memoria della loro collega del canale qatariota Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, uccisa a Jenin da un cecchino l’11 maggio 2022.