Diario da Gaza 37

“I nostri figli meritano di vivere come gli altri bambini del mondo”

Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Rifugiatisi a Rafah, Rami e la sua famiglia sono stati costretti a un nuovo esilio interno, bloccati come tante famiglie in questa enclave miserabile e sovraffollata. Questo spazio gli è dedicato dal 28 febbraio 2024.

Khan Younes, Striscia di Gaza, 16 giugno 2024. Una ragazza palestinese, vestita con abiti nuovi, siede tra le macerie di un edificio distrutto mentre celebra l’Eid al-Adha.
BASHAR TALEB / AFP

Sabato 15 giugno 2024.

Domenica verrà celebrato l’Eid al-Adha, che per i musulmani è la festa religiosa più importante dopo quella di fine Ramadan, il giorno in cui si commemora il sacrificio di Abramo con l’uccisione di un montone. Solitamente, nei primi giorni del mese di Dhu al-Hijjah1, prima dell’Eid, che cade il decimo giorno, ci si prepara spiritualmente. La festa è anche un’occasione per fare compere, preparare dolci e soprattutto offrire doni ai bambini, che ricevono un aidiyeh, come per l’Eid dopo il Ramadan, ossia una busta con dei soldi. Così i bambini se ne vanno in giro dai parenti per andare a trovare zii ed amici, per ricevere questa piccola mancetta. Solitamente, compro anche della cioccolata. Al momento però, in tutta la Striscia di Gaza, non si trova più neanche un cioccolatino.

Quest’anno ci saranno tanti bambini che celebreranno l’Eid senza i genitori o i fratelli, perché sono morti sotto i bombardamenti. E nessuno comprerà loro dei vestiti nuovi o regalerà un aidiyeh.

Come sapete, ho quattro figli: i tre di mia moglie Sabah e Walid, che è il più piccolo. A ognuno di loro ho dato un soprannome. Moaz, che è il maggiore, di 14 anni, lo chiamo Abkarino, “il cervellone”, perché usa degli escamotage molto astuti per far lavorare i suoi fratelli al posto suo. Il secondo si chiama Sajid, ha 12 anni, e l’ho soprannominato Adalat, “Mister Muscolo”. È un ragazzone sempre pronto a darmi una mano a riempire la cisterna dell’acqua, a fare la spesa, Invece, il piccolo Anas che ha 9 anni, l’ho soprannominato “l’internazionale”, perché ha le qualità un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. È scaltrissimo, ma sa anche essere molto forte. Usa il cervello e allo stesso tempo i muscoli, è amato da tutti perché è una specie di jolly. Faccio questa breve premessa per raccontarvi come Sajid ha vissuto l’attesa dell’Eid in questa situazione di guerra dove per noi manca tutto.

“So che non è il momento”

Per questo giorno, ai bambini si comprano sempre degli abiti nuovi, perché devono essere ben vestiti per la festa, oltre ad essere anche un’occasione per rinnovare il guardaroba. Ma quest’anno non è possibile trovare dei vestiti in tutta la Striscia di Gaza. Ad aprile, durante l’Eid al-fitr2, il “piccolo Eid” che segna la fine del Ramadan, abbiamo avuto la fortuna di ricevere dalla Francia un pacco con dei vestiti. Qui, invece, stiamo ancora aspettando l’arrivo di una spedizione che, al momento in cui scrivo, non è ancora arrivata. Sajid sognava di avere dei vestiti nuovi, e così ha detto alla mamma: “Ho visto che c’è un posto dove vendono vestiti per khalo”. È il nome con cui mi chiamano i figli di Sabah, ed è un termine che vuol dire “zio materno”. Mi è venuto da ridere quando ho capito l’intenzione di fondo: la sua speranza era quella che, se avessi comprato dei vestiti per me, ne avrei comprati anche per lui.

Gli ho risposto, con un sorrisetto, per prenderlo un po’ in giro: “Lo sai che non ne ho bisogno. E poi, perché festeggiare l’Eid? Viviamo in una tenda, non ho bisogno di vestirmi bene. Negli ultimi otto mesi ho indossato a rotazione solo due magliette e due paia di pantaloni”.

Non ha risposto, però due o tre ore dopo ha detto: “Credo che a Nuseirat si possa trovare qualcosa per Walid”. Ha pensato che, se il pretesto non aveva funzionato con khalo, forse poteva funzionare con Walid. Sempre con un sorriso ho detto: “Non è il momento di comprare delle cose per Walid, e comunque non c’è più niente sui banchi dei mercati”. Ma Sajid ha insistito: “Karim dice che a Nuseirat ci sono vestiti per bambini, ne potremmo trovare anche per Walid”. Karim ha la stessa età di Sajid, ma per Sabah è un fratello minore. A quel punto, Sajid si è un po’ offeso, perché io e sua madre continuavamo a prenderlo in giro. Alla fine, gli ho detto:

“Sai, mi hanno detto che a Nuseirat c’è un negozio che vende vestiti per voi, ha esattamente le vostre taglie, per tutti e tre. E, a quanto pare, sono degli ottimi vestiti.
“Sì, sì! Ne ho sentito parlare anch’io!
“Allora vuoi dei vestiti per l’Eid? Perché non me l’hai detto subito?
“Non volevo dirtelo perché so che non è il momento, ma lo sai che mi piace essere ben vestito per la festa, soprattutto se andiamo, come facciamo sempre, a casa della nonna.

Gli israeliani hanno vietato l’ingresso di montoni e agnelli per l’Eid

Gli ho detto che saremmo andati a Nuseirat, anche se sapevo che non avremmo trovato granché, perché avevo già cercato ovunque. Ormai non si trova più nulla sui banchi dei mercati dell’intera Striscia di Gaza. Alla fine, abbiamo comunque trovato qualcosa, anche se non erano molto adatti per l’Eid. Di sicuro i vestiti erano nuovi, ma prima della guerra non li avremmo indossati nemmeno come pigiami. Quei vestiti per i tre figli di Sabah ci sono costati una fortuna: 900 shekel (225 euro), mentre prima della guerra li avremmo pagati meno di 50 shekel (12 euro). Ma li abbiamo comprati comunque per accontentare i ragazzi. Almeno erano nuovi. E così tutti sono rimasti contenti.

Vi racconto la storia di Sajid per dimostrare che, nonostante tutto quello che stiamo passando tra sofferenze e massacri, l’Eid è ancora un rito importante per i bambini, lontano da tutto ciò che accade intorno a noi.

Per loro rappresenta un momento di gioia. Purtroppo, quest’anno migliaia di bambini non avranno vestiti nuovi, come Sajid, perché non ce ne sono quasi più da comprare e la maggior parte della gente non può comunque permetterseli. Inoltre, quest’anno non ci sarà la festa del sacrificio, perché non ci sono né montoni, né agnelli in tutta la Striscia di Gaza. Sono circa due settimane che gli israeliani impediscono l’ingresso degli aiuti umanitari e, in particolare, hanno vietato l’ingresso di montoni e agnelli per l’Eid. C’è qualche allevatore che ne ha, ma non bastano per tutti. È quindi un’occasione perduta, per il peso che portiamo nel cuore delle stragi e degli eccidi in cui molti bambini hanno perso i loro genitori, i loro cari, le loro case. E poi non è possibile far festa sul piano spirituale, vivere davvero fino in fondo questo evento, perché la festa del sacrificio è perfetta per chi ne ha la possibilità.

Questo Eid mancato ci ricorda il precedente, l’Eid al-Fitr, il “piccolo Eid”, quando tutti speravamo in una tregua durante il Ramadan. Ad ogni Eid viviamo la speranza di un cessate il fuoco, che però finora non è arrivato. E anche questa volta, purtroppo, sta succedendo la stessa cosa. Celebreremo l’Eid sotto i bombardamenti, in mezzo a massacri, crimini, stragi.

Malgrado tutto, sono contento per Sajid. Quando siamo tornati a casa, nella nostra tenda, era così felice che si è addormentato con i vestiti nuovi accanto a lui. Per due giorni, al mattino, si è chiesto: “Metterò questo pantalone o quell’altro? Questa maglietta o l’altra?”. E sono contento soprattutto perché ho visto che i suoi occhi brillavano di felicità per quei vestiti. E siccome cerco di fare tutto quello che posso per fare in modo che i bambini non si rendano conto che siamo in miseria, per fargli credere che stiamo conducendo una vita normale, anche se in una tenda, sono contento che pensino ai vestiti, all’Eid, e che Sajid abbia chiesto a Sabah di preparare dei dolci, dei maamoul3. Sono contento che Sajid abbia un carattere così gioioso e che vada matto per i dolci proprio come me.

Vedo questa gioia di vivere nei suoi occhi e in quelli dei suoi fratelli, la gioia di far festa, di allontanarsi per un attimo dagli eventi che stiamo vivendo. Spero che ci sia un cessate il fuoco e che i bambini possano celebrare un Eid nel modo giusto. I nostri figli hanno vissuto in pessime condizioni, è anche per questo che meritano che tutto questo finisca, e soprattutto meritano di vivere come gli altri bambini del mondo, indossando bei vestiti, ricevendo regali, giocando nei parchi di divertimento o andando al mare.

Venerdì sono riuscito a fargli una sorpresa. Ho portato a casa una piccola piscina gonfiabile. Erano tutti così felici. Soprattutto Walid e “Mister Muscolo”, Sajid, con il suo animo fanciullesco, si è messo a giocare con Walid. Sono così felice di veder brillare i loro occhi. Ma, soprattutto, sono contento di aver trasformato la nostra tenda in una villa con piscina, per la gioia dei nostri bambini.

1Dodicesimo e ultimo mese del calendario islamico, in cui si celebra il grande pellegrinaggio (o ḥajj) alla Mecca. [N.d.R.].

2La festa della rottura del digiuno. [NdT].

3Un dolce tradizionale della cucina araba composto da pasta frolla farcita di datteri, fichi o frutta secca. [NdT].