Diario da Gaza 40

“Perdere un ricordo è come perdere un genitore”

Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Rifugiatisi a Rafah, Rami e la sua famiglia sono stati costretti a un nuovo esilio interno, bloccati come tante famiglie in questa enclave miserabile e sovraffollata. Questo spazio gli è dedicato dal 28 febbraio 2024.

Campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, 15 giugno 2024. Un palestinese siede su un divano, residui bellici inesplose ai piedi, in un appartamento parzialmente distrutto. Il suo sguardo è rivolto all’edificio demolito.
EYAD BABA / AFP

Sabato 6 luglio 2024.

Ieri, sotto la tenda, parlavo con Sabah di come sia profondamente cambiata la nostra vita, di come siamo finiti a vivere in questa tenda in condizioni durissime, con il caldo, le mosche, la sabbia che entra dappertutto... Se un giorno tutto questo sarà solo un ricordo allora ne potremo anche sorridere. Ho detto a Sabah che, in futuro, ci racconteremo delle storie in tono scherzoso: “Ti ricordi quando hai acceso il fuoco e avevi la faccia tutta nera, e le tue guance hanno cambiato colore, da rosso a nero?”. Scommetto anche che diremo:

Ti ricordi quando facevamo la fila per comprare l’acqua nelle cisterne, quando abbiamo costruito una piscina, quando abbiamo cercato di trasformare la nostra tenda in una villetta, chiamandola “El ezza”, “La dignità”? È vero che oggi è durissima, ma, in futuro, non sarà altro che un ricordo, e ne sorrideremo.

Ma abbiamo anche parlato di questa macchina da guerra che sta distruggendo tutto: persone, edifici, infrastrutture, alberi, pietre, terreni, persino le falde acquifere. Anche se molta gente non sembra rendersi conto che la macchina sta distruggendo qualcosa di ancora più importante: i ricordi, il passato. Perché distruggere una casa non significa solo abbatterne i muri, ma far sparire un focolaio domestico. Nella nostra società, il nostro appartamento o la nostra casa, di solito è il cuore della famiglia. La maggior parte della popolazione di Gaza vive in palazzine familiari, edifici di pochi piani dove risiedono padri, figli, mariti, mogli e nipoti. In una palazzina vive un’intera famiglia. Tutti crescono in quella casa, che racchiude i ricordi di ogni fase della vita: l’infanzia, gli studi, la laurea, il matrimonio. Ma, soprattutto, i ricordi del padre, che ha lavorato sodo un’intera vita per riuscire a costruire quella casa.

Non ho più foto di quando ero piccolo

È il tipico sogno di ogni palestinese: lavorare, costruire una casa, sposarsi, avere dei bambini, poi che i figli crescano e ognuno abbia il proprio appartamento. In questo caos, ho cercato di conservare ciò che potevo di quella memoria. Prima della guerra ne avevamo altri, ma eravamo sempre pronti a partire immediatamente. Dopo il raid israeliano del 2014, quando hanno cominciato a prendere di mira i palazzi come quelli in cui vivevamo, abbiamo preparato gli zaini per partire in tutta fretta: uno con passaporti, documenti importanti e un po’ di soldi. Davvero solo lo stretto necessario. Però ho sempre insistito per infilarci dentro qualcosa che appartenesse alla nostra memoria: le foto dei bambini, di Walid...

Mentre ricordavamo quei momenti, Sabah mi ha raccontato che nel 2014, quando la sua famiglia perse la casa per la prima volta, anche lei perse tutto: “Non ho più niente, niente più foto di quando ero piccola, niente foto di classe a scuola, ho perso i miei diplomi, le foto della nascita dei miei figli, le foto dei miei genitori, quelle di mio padre da giovane. Non è rimasto niente”. Gli israeliani sanno molto bene che distruggere una casa significa anche distruggere il passato di una famiglia. E, durante quella guerra, la palazzina della famiglia a Sabah è stata distrutta per la seconda volta. Suo padre aveva impiegato 5 anni per ricostruirla, con un piano ancora da completare. Dieci anni di ricordi, tutti quelli dal 2014 al 2024, sono scomparsi per sempre.

L’appartamento di Sabah si trovava all’interno della palazzina. Mia moglie aveva cominciato ad arredarlo, appendendo le foto che ritraevano la vita dei suoi figli, nelle loro camerette, all’asilo, durante la cerimonia di laurea. I diplomi erano incorniciati, appesi alle pareti. La macchina da guerra però ha cancellato tutto.

Vendere cimeli di famiglia tramandati da generazioni

Nelle nostre case, in generale, si trovano un sacco di cose: dai souvenir portati dai viaggi ai regali ricevuti dagli amici. E poi ci sono i cimeli di famiglia. Non so se sia una tradizione solo palestinese, ma è usanza conservarli sempre di madre in figlia. Spesso si vedono donne con gioielli appartenuti alla loro bisnonna, tramandati di generazione in generazione.

Un mio amico mi ha raccontato che uno dei suoi conoscenti è stato costretto a vendere un anello che era appartenuto a sua nonna, perché doveva sfamare la sua famiglia. Oggi, la gran parte della popolazione che vive nella Striscia di Gaza dipende dagli aiuti umanitari. Sono quasi tre mesi però che non arrivano gli aiuti, e molta gente è ormai senza reddito. I dipendenti pubblici dell’Autorità Palestinese vengono ancora pagati dopo la presa del potere di Hamas nel 2007, ma i loro stipendi sono stati dimezzati. Anche per questo abbiamo cominciato a vendere i nostri beni, in particolare i cimeli di famiglia. Sono oggetti che però non hanno solo un valore economico. Un anello non vale solo 300 o 400 dollari, ma rappresenta il legame con una madre o una nonna: è la storia di un’intera famiglia.

Il sogno di ogni madre è quello di tramandare un gioiello a sua figlia che, a sua volta, lo regalerà alla propria figlia. Se quella madre perde l’anello, perde un tesoro. Purtroppo, c’è gente che approfitta della guerra per comprare quei tesori a buon mercato.

Un uomo ha dovuto vendere un anello che valeva tra i 500 e i 250 dollari. Non ha perso solo dei soldi, ma anche i suoi ricordi. Era così triste che ha cominciato a piangere. Ha telefonato all’acquirente, dicendogli: “Tengo tantissimo a quell’anello. Potresti tenerlo fino alla fine della guerra? Forse potrei riacquistarlo, anche a un prezzo più alto”. Ma la risposta è stata senza appello: “No, sono un gioielliere, compro e rivendo, non posso garantirti nulla”.

Un altro ricordo molto importante è la chiave della Nakba. Tutti i profughi hanno conservato la chiave della casa da cui sono stati espulsi nel 1948 e la tramandano di padre in figlio. Viene appesa alle pareti. Per noi è un grande tesoro. C’è gente che l’ha persa durante questa guerra, o in quella del 2014. Lo stesso vale anche per altri cimeli storici: la prima carta dell’Unrwa del bisnonno costretto all’esodo, con la sua foto e la data; monete con la scritta “Palestina”, in uso durante l’Impero Ottomano e il Mandato britannico. Ricordi che rappresentano l’attaccamento alla patria, alla terra, alla famiglia. Perdere un ricordo è come perdere un genitore.

Voglio che mio figlio sia orgoglioso del passato della sua famiglia

Tutto questo fa parte della tradizione. Purtroppo, le relazioni familiari sono molto, molto cambiate a Gaza. Prima eravamo davvero molto uniti. Oggi, le nostre relazioni sono diventate una ragnatela, complessa ma fragile. Non so se si può capire cosa intendo. Stiamo perdendo i nostri ricordi, il nostro passato, qualunque legame con i genitori e i nonni. Ed è per questo che ho insistito per conservare qualcosa nei nostri spostamenti di fortuna. Chiaramente non si può prendere tutto, portando decine di album fotografici o un qualsiasi ricordo. Oggi forse è possibile riversare tutte le foto su un hard disk, ma ci vuole tempo.

Chi non ha vissuto una simile esperienza pensa che l’unica cosa da fare sia fuggire, prendendo i passaporti, i documenti necessari, un po’ di soldi, dei gioielli e basta. È solo dopo che tutti si rendono conto che i ricordi sono più preziosi del denaro, dei passaporti e dei documenti che hanno portato con sé. Perché i ricordi, per i palestinesi, rappresentano anche un’identità. Anch’io ho preso una chiave, l’ultima. Quando ho dovuto lasciare il nostro appartamento a Gaza City dopo l’invasione israeliana, ho preso la chiave, quasi d’istinto. Sapevo che non avrebbe avuto alcun senso chiudere a chiave la porta, perché l’edificio sarebbe stato bombardato o qualcun altro ci sarebbe entrato. Ma volevo conservare la chiave per ricordarmi che avevamo vissuto lì. Prima di partire, ho filmato l’intero appartamento assicurandomi che Walid fosse sempre presente per potergli mostrare un giorno il video. Per il momento, so da amici che sono rimasti a Gaza City che il nostro appartamento è ancora illeso, anche se le finestre sono state distrutte e i mobili sono caduti a terra a causa delle bombe che hanno colpito gli altri appartamenti della palazzina intorno a casa nostra. Ma vorrei che Walid guardasse quel video, e allora gli dirò: “Questo è il posto dove vivevamo, questa era la tua cameretta, questo era il soggiorno”. Ho anche filmato i suoi giocattoli. Se un giorno torneremo e non troveremo più la nostra casa, almeno Walid ne avrà un ricordo.

In quell’appartamento ci sono dei regali ricevuti da mio padre quando lavorava: è stato uno dei fondatori di Wafa, l’agenzia di stampa palestinese. Alcuni risalgono agli anni ‘70, come gli orologi ricevuti soprattutto dai capi di Stato, ecc. Purtroppo, non potevo portare tutto con me. Forse casa nostra alla fine verrà bombardata e tutto andrà in fumo, anche tutte quelle cose che volevo mostrare a Walid. Se ne avrò la possibilità, vorrei dirgli: “È l’orologio di tuo nonno, gli è stato regalato da un presidente di un paese”, in modo che sia orgoglioso del passato della sua famiglia, di suo nonno, di suo padre. Non so se riuscirò a ritrovare tutti i cimeli, o se li perderò del tutto prima della fine della guerra. La mia speranza è che la guerra finisca presto e che la gente possa ricostruire i propri ricordi. Ma questa volta che siano dei bei ricordi, che siano ricordi gioiosi, e non più legati alla guerra.