Diario da Gaza 83

“Stanno preparando il terreno per far andare via gli abitanti da Gaza”

Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Rifugiatisi a Rafah, la famiglia è stata poi costretta a un nuovo esilio prima a Deir al-Balah, poi a Nuseirat, bloccata come tante famiglie in questa enclave miserabile e sovraffollata. Un mese e mezzo dopo l’annuncio del cessate il fuoco, Rami è finalmente tornato a casa con sua moglie, Walid e Ramzi, il bambino appena nato. Per il suo Diario da Gaza, Rami ha ricevuto tre riconoscimenti al premio Bayeux per i corrispondenti di guerra. Questo spazio gli è dedicato dal 28 febbraio 2024.

Una ragazza si trova in un luogo disordinato, circondata da libri e carte.
Città di Gaza, 21 marzo 2025. Un bambino palestinese sfollato raccoglie libri dall’Università islamica distrutta per usarli come combustibile per cucinare, a Gaza City, 21 marzo 2025. L’agenzia di protezione civile di Gaza ha dichiarato il 25 marzo che 792 persone sono state uccise da quando sono ripresi i bombardamenti il ​​18 marzo. Secondo l’ONU, più di 142.000 residenti sono stati sfollati dalla ripresa dei bombardamenti israeliani.
Omar AL-QATTAA / AFP

Martedì 25 marzo 2025.

È da una settimana che stiamo rivivendo l’inferno. Dopo la decisione di Netanyahu di riprendere la guerra a Gaza, o contro Gaza, tutti stanno utilizzando di nuovo il termine “inferno”. Tutto è iniziato con il presidente Trump, che ha minacciato di trasformare Gaza in un inferno. Dopo, il termine è stato ripreso da Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano, e ora da Netanyahu. A quanto pare, tutti sono d’accordo nel rendere la vita della popolazione di Gaza un inferno. Ed è esattamente quello che è successo una settimana fa, quando è iniziata la guerra. Una lista di obiettivi da colpire e raid a tappeto. A destare sorpresa è stato il modo in cui la guerra è ripresa, ma il fatto che sia ripresa perché tutti sanno che Netanyahu ha bisogno della guerra. La fine della guerra sarebbe la fine della sua vita politica. Era chiarissimo quindi che la guerra sarebbe ripresa. Com’era altrettanto chiaro che dietro c’era il via libera di Trump. Prima, l’amministrazione americana aveva chiuso un occhio sul genocidio commesso da Netanyahu e dall’IDF. Questa volta ha gli ben occhi aperti. E non solo fornisce armi, ma è lei stessa a minacciare la popolazione di Gaza.

Di conseguenza era chiaro che la guerra sarebbe ripresa, ma crea sempre un certo effetto sentire gli F-16 alle 2 del mattino con 80 colpi in tre secondi, in tre minuti. Tanto più che alle 2 del mattino c’è il suhur1. È il momento in cui si mangia un po’ prima di iniziare il digiuno, visto che siamo nel mese di Ramadan. E guarda caso, Sabah ed io stavamo preparando qualcosa da mangiare. Anche se c’è granché da mangiare perché è da più di tre settimane che non arriva più nulla a Gaza. Siamo fortunati ad avere un po’ di farina per fare un po’ di pane e che ci sia ancora un panificio sotto casa nostra. Tre quarti dei panifici nella Striscia di Gaza hanno smesso di lavorare a causa della mancanza di farina, oltre che di gas.

Alle 2 del mattino c’era una calma assoluta. Poi all’improvviso, sono cominciati i bombardamenti a soli 500 metri da casa mia. Hanno colpito un edificio accanto al Comitato Internazionale della Croce Rossa. Walid è saltato giù dal letto. Stava dormendo e anche Ramzi dormiva. Walid è subito corso in braccio ed è stata la prima volta che ho sentito da lui la parola “paura”. Per la prima volta mi ha detto: “Papà, ho paura”. È rimasto tra le mie braccia mentre la torre in cui viviamo ha cominciato a tremare. Il cielo è diventato rosso e giallo.

Noi, purtroppo, non abbiamo finestre perché sono saltate in aria durante la guerra. I miei amici hanno messo della plastica al posto dei vetri e con la plastica, si sentono i rumori e si vede molto bene cosa sta succedendo dall’altra parte. Quindi si vedeva che il cielo era diventato giallo. Ho cercato di calmare Walid, cercando come al solito di farlo ridere. Ha funzionato. Ma Walid comincia a capire e soprattutto comincia a fare domande. Mi ha chiesto: “Papà, che cos’è?”. È la prima volta che usa la parola bombardamento perché l’ha sentita tante volte. E soprattutto: “Chi lo fa? E perché lo fa?”. Ho risposto: “Non è niente, baba, sono i fuochi d’artificio, sono gli aerei quando vanno molto veloci, c’è un gran rumore, è gente che fa paracadutismo”. La cosa l’ha rassicurato. Mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Lo so che stai mentendo, papà, ma so che sei qui”. Si tratta quindi di un pericolo che possiamo tenere sotto controllo.

“Non voglio che Walid capisca tutto così presto”

Abbiamo ricominciato a ridere, ma il problema è che Walid sta cominciando a capire e a fare domande. Ho cercato di rimandare questo momento per un anno e mezzo, in modo che rimanesse sempre in questo universo parallelo che avevo creato per lui. Ma qui, a quanto pare, bisogna affrontare la verità. E non so come fare.

Tanto più che, qui, i bombardamenti sono troppo forti e ci sono ogni giorno. Ne parlano tutti. Sente sua madre che parla al telefono, che riceve telefonate in cui dicono “sì, hanno bombardato qua e là”. Quindi la parola bombardamento gli è rimasta in testa. E soprattutto per lui, è: “Chi lo fa? E perché lo fa?”. È il genere di domande a cui non riesco a rispondere, perché non voglio dirgli la verità, non voglio spaventarlo e soprattutto non voglio che inizi a parlare del conflitto alla sua età. Ma la maggior parte dei bambini, purtroppo, ne parla. Sanno benissimo chi lo fa, chi sta facendo questi genocidi e questi massacri contro le loro famiglie. Sto cercando di rimandare tutto questo a dopo, in modo che Walid possa vivere una vita un po’ più normale, non abbia paura e soprattutto non serbi rancore contro gli aggressori e contro gli israeliani, perché non voglio che cominci a capire che c’è un nemico che vuole ucciderci, che vuole sbarazzarsi di noi mandando via dal nostro territorio. Non voglio che Walid capisca tutto questo così presto. Per il momento ci sono riuscito, ma non so quanto durerà con la ripresa della guerra. Per quanto riuscirò ancora a nascondere la verità, facendolo vivere in questo mondo parallelo? Il problema dei raid è che sono talmente forti da spaventare tutti ovunque.

Walid non è l’unico ad avere paura. Tutti i miei amici hanno paura. Da quando sono tornato, mi chiamano tutti perché pensano che io sia ancora il giornalista che sa tutto. Ricevo telefonate del tipo: “Allora, a che punto siamo?”, “È solo un’escalation?”, “Andrà avanti?”. Questa volta, però, ho detto la nuda verità. Non ho mentito per tirarli su di morale. Ho detto che questo è un via libera e che, in teoria, faranno di tutto per farci andar via dalla nostra Palestina. L’ho detto con la morte nel cuore, ma è così che vedo il futuro. Avevo capito le intenzioni di Netanyahu fin dal primo giorno di guerra e anche che saremmo finiti nel Sinai. Purtroppo, è stato Trump a parlarne, perché è lui che vuole mandarci via. C’è un silenzio da parte di tutti, anche se c’è un po’ di indignazione, nel migliore dei casi una certa condanna, ma nessuno agisce. Quindi, ora, è Trump che decide e Netanyahu che si serve del suo via libera per fare quello che vuole, e soprattutto per finire di mandarci via da questa terra.

“Con la distruzione, tutto si è ridotto”

Di recente, hanno creato un dipartimento del ministero degli Esteri israeliano, un dipartimento per l’emigrazione “volontaria” dei palestinesi da Gaza, per mandarci via, in modo da facilitare il compito e trovare un posto dove trasferirci. Per raggiungere l’obiettivo, la vita a Gaza deve diventare un inferno, per far sì che la gente si sradichi da questo paese, da questo angolo di terra in Palestina. Ci sono continui bombardamenti. Siamo strangolati dal blocco. Non arriva più nulla. I primi giorni del Ramadan avevamo delle scorte, ma ora ci resta solo qualche scatoletta di cibo. È un po’ quello che abbiamo vissuto lo scorso Ramadan quando siamo stati a Rafah. Peraltro, noi abbiamo la fortuna di trovare delle scatolette o avere la possibilità di acquistarne. Molti, purtroppo, non sono così fortunati. Vivono ancora con i cosiddetti tequia – posti dove vengono distribuiti pasti a persone bisognose o in difficoltà. – create da associazioni e volontari. Preparano da mangiare, soprattutto per gli sfollati.

Ora, con i nuovi ordini di evacuazione dal Nord, le persone sono costrette a lasciare le loro case. Quando parlo di case, intendo tende perché la maggior parte di chi vive al Nord è già stato costretto a trasferirsi al Sud. Quando sono tornati, hanno visto che l’80%, il 95%, forse il 100%, dei loro edifici era stato bombardato o abbattuto. Quindi ora vivono tutti in tenda, tra le macerie. Sono costretti a venire a Gaza. Si vede un flusso di gente che cammina a piedi, perché non si trova più carburante. A volte arrivano con carretti trainati da animali. Sono venuti a Gaza City, ma non si trova più un posto vuoto. Non è come nel sud o ad Al-Mawasi, dove vivevano in aree abbandonate vicino alla spiaggia. Gaza è già sovrappopolata, sovradimensionata. Con la distruzione, tutto si è ridotto. Quindi non c’è più posto. Ecco perché vediamo blocchi di tende ovunque. Per le strade, sulle macerie, nelle case semidistrutte, nelle case che rischiano di crollare... Ma non c’è scelta.

La maggior parte dei miei amici non vuole tornare al sud per diverse ragioni. La prima è che non hanno i mezzi per andare a sud. Se vogliono andarsene, dovranno farlo a piedi. La Salah al-Din è stata interrotta dall’IDF, era la strada che prendevamo in macchina per andare da Nord a Sud e viceversa. Oggi, l’unica strada che collega il nord al sud è la strada costiera di Al-Rashid, che può essere percorsa solo a piedi. Immaginate bambini, donne, anziani, feriti, malati che vogliono andare al Sud a piedi. E quando dico a piedi, parlo di almeno sette chilometri per arrivare solo a Wadi Gaza, vicino al campo profughi di Nuseirat.

“La questione palestinese non è più una questione politica, ma una questione umanitaria”

La situazione peggiora sempre di più. Tutto è stato pianificato per arrivare a uno scopo: far andare via tutti i palestinesi da questo angolo di terra. Siamo strangolati dalla fame, dai bombardamenti, dalla mancanza d’acqua, dalla mancanza di tutto. E, in fondo, se si riescono a trovare delle navi, la gente le prenderà per andare via, in modo che i loro figli possano avere una vita migliore. Naturalmente, diranno che è avvenuto per motivi “umanitari”. Si sente sempre il termine: “umanitario” perché la nostra questione palestinese non è più una questione politica, ma una questione umanitaria.

È anche per dire che si tratta di una partenza volontaria. “Sono stati i palestinesi che hanno scelto di farlo, non siamo stati noi a spingerli”. È un modo per dire: vi uccidiamo, vi massacriamo, vi circondiamo, non vi diamo da mangiare né da bere, ma se volete andarvene, potete andare via, ma non vi abbiamo forzato, siete voi che volete andarvene. E tutto questo avviene lentamente. Vale a dire, non subito, perché l’esercito sta preparando le tappe per arrivarci. Oggi non arrivano più aiuti umanitari, quindi sono sicuro che nei prossimi giorni sarà l’IDF stesso a distribuire gli aiuti. È ciò che voleva fare da tempo. Lo stesso vale per il “piano dei generali” che mirava a svuotare l’intero nord per poter annettere il territorio. Sono le dichiarazioni di Katz, che ha detto chiaramente: annetteremo terre e distribuiremo aiuti umanitari. È questo quindi il vero progetto che voleva realizzare da tempo. Ma Trump l’ha fermato quando ha imposto il cessate il fuoco. Ora, la guerra è ripresa perché c’è il via libera.

La situazione è sempre più difficile, sempre più “gazastrofica” per chi vive a Gaza. Stanno preparando il terreno per far andare via la popolazione. Dalle conversazioni con la gente o con i miei amici, nessuno vuole andarsene. Certo, c’è una parte di loro che vuole andarsene perché vuole fuggire dalla guerra, dalla morte, dalla carestia, avere una vita migliore per i propri figli, avere un’istruzione. Sono due anni che gli studenti non vanno a scuola o all’università. Walid doveva andare all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia, ma non esistono più. È per questo che molti scelgono di andarsene perché vogliono una vita migliore per i loro figli e per loro stessi. Ci sono anche molte persone che vogliono restare, che non vogliono andarsene, ma mi chiedono “il progetto ci verrà davvero imposto o potremo scegliere se andarcene o no?”. La mia risposta è che si usa sempre il bastone e la carota. All’inizio ci sarà la carota, ma poi finirà con il bastone.

“Quello che accade a Gaza è quello che sta succedendo in Cisgiordania"

Netanyahu è al di sopra della legge, non solo del diritto internazionale, ma anche della legge in Israele. Sono molti gli israeliani che chiedono di fermare la guerra per diversi motivi. Il primo è legato al rilascio degli ostaggi israeliani. Non vogliono che muoiano a Gaza. Se non c’è cibo, non ne avranno neanche loro. Se l’intera popolazione viene bombardata, anche loro saranno bombardati. È per questo che vogliono che la guerra finisca. Ma Netanyahu non ascolta nessuno, forte della maggioranza in parlamento. E non solo ha la maggioranza, ma ha anche stretto ogni tipo di accordo sottobanco per eliminare i suoi potenziali oppositori: il capo dell’esercito, il capo dello Shin Bet, il procuratore generale. Tutto pur di rimanere il re d’Israele e arrivare allo sfollamento dei palestinesi.

Ciò che accade a Gaza è esattamente quello che sta accadendo in Cisgiordania. Ma nessuno ne parla, soprattutto nei campi profughi. A Nablus, a Tulkarem, a Jenin, è la stessa cosa: lo sfollamento, la distruzione delle case e gli ordini di evacuazione, l’accerchiamento, tutto pur di rendere la vita nei campi profughi un inferno. Perché gli israeliani sanno benissimo che la questione palestinese, è anche una questione che riguarda i rifugiati. Ecco perché attaccano ogni volta i rifugiati, i campi profughi, perché sono il simbolo della questione palestinese, il simbolo del diritto al ritorno, il simbolo della liberazione della Palestina e del loro desiderio di avere uno Stato palestinese. Purtroppo, in questo silenzio, Netanyahu fa quello che vuole per far accettare a noi palestinesi l’idea di vivere, come – pensiamo alla Cisgiordania – fossimo in cantoni e città separate con un’amministrazione locale. Come delle piccole città autonome. O a Gaza, per spazzare via la popolazione e annetterne il territorio. È così che pensano di risolvere la questione palestinese.

Voglio dire a Netanyahu che può fare la guerra e ogni tipo di massacro, ma non potrà cancellare l’esistenza dei palestinesi. I palestinesi vivono qui da tantissimo tempo, e vivevano qui all’epoca in cui dicono che ci vivevano gli ebrei. È vero, gli ebrei vivevano qui, ma gli ebrei erano palestinesi. E la presenza dei palestinesi non ha nulla a che fare con la religione. Netanyahu vuole fare dello Stato di Israele uno Stato religioso e uno Stato per soli ebrei. I palestinesi sono sempre stati qui, che siano palestinesi ebrei, palestinesi cristiani e, in ultimo, palestinesi musulmani. E i palestinesi sono ancora qui. Le altre guerre non sono riuscite a cancellare i palestinesi e credo che nemmeno Netanyahu riuscirà a farlo.

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1Il suhur è il pasto consumato prima dell’alba dai musulmani durante il mese di Ramadan. [NdT].