B’Tselem. Un’apartheid “su tutto il territorio posto sotto l’autorità dello stato di Israele”.

B’Tselem, l’organizzazione per i diritti umani più rappresentativa di Israele, ha pubblicato il 12 gennaio 2021: “Il sistema della supremazia ebraica dal Giordano al Mediterraneo: questo è apartheid”, un rapporto che costituisce una vera svolta nella storia di questa organizzazione fondata nel 1989, al culmine della prima intifada palestinese.

Per la prima volta, B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, estende l’utilizzo della parola «apartheid», alla totalità delle forme di governo applicate dallo Stato di Israele sui palestinesi sotto la sua giurisdizione, siano essi cittadini israeliani o meno. Per la prima volta, questa ONG spiega, inoltre, le ragioni per cui ritiene che questo termine sia il più appropriato per descrivere la situazione dei palestinesi che vivono sotto la legge israeliana. Finalmente, 31 anni dopo la sua fondazione, B’Tselem mostra un’ambizione politica. La ONG conclude infatti il suo rapporto, intitolato Un regime di supremazia ebraica tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo: è l’apartheid con quanto segue:

“La lotta per un futuro basato sui diritti umani, la libertà e la giustizia è particolarmente cruciale oggi. Ci sono molti modi per raggiungere un futuro giusto nella regione che si estende dal fiume Giordano al Mediterraneo. Ma dobbiamo tutti iniziare a dire no all’apartheid.”

Ricordiamo che B’Tselem è stata insignita del premio per i diritti dell’uomo assegnato dalla Francia nel 2018. Orient XXI pubblica di seguito alcuni estratti di questo rapporto.

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“Più di 14 milioni di persone, di cui circa la metà ebrei e l’altra metà palestinesi, vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo sotto un unico regime. Nel discorso pubblico, politico, legale e mediatico, la percezione comune è di due regimi separati che operano fianco a fianco in questa zona, divisi dalla linea verde.1 Il primo regime, entro i confini dello Stato sovrano d’Israele, è una democrazia permanente con una popolazione di circa 9 milioni di persone, tutti cittadini israeliani. Il secondo regime, nei territori conquistati da Israele nel 1967, il cui status finale dovrebbe essere determinato attraverso futuri negoziati, è un’occupazione militare temporanea imposta a circa cinque milioni di cittadini palestinesi.

[…]

“Col tempo, questa distinzione tra i due regimi è diventata sempre meno reale. Questa situazione esiste da più di 50 anni - il doppio del tempo in cui lo Stato di Israele è esistito senza di essa. Ora, centinaia di migliaia di coloni ebrei risiedono in insediamenti permanenti a est della linea verde, vivendo come se fossero nella parte ad ovest del confine. Gerusalemme Est è stata ufficialmente annessa al territorio sovrano di Israele e la Cisgiordania è stata praticamente annessa. Ancora più importante, tale distinzione nasconde il fatto che l’intera regione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano è organizzata secondo un unico principio: promuovere e rafforzare la supremazia di un gruppo - gli ebrei - su un altro - i palestinesi. Tutto ciò porta alla conclusione che non si tratta di due regimi paralleli, il cui principio suprematista sarebbe comunque lo stesso, ma di un unico regime, che governa l’intera area e le persone che la abitano, sulla base di un unico principio di organizzazione.”

DIVIDI, SEPARA, REGNA

“Quando B’Tselem è stata fondata nel 1989, abbiamo limitato il nostro mandato alla Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e alla Striscia di Gaza, e ci siamo astenuti dall’affrontare questioni relative ai diritti umani all’interno dello Stato di Israele così come stabilito nel 1948 […]. Eppure, la situazione è cambiata. Il principio di organizzazione del regime ha guadagnato visibilità negli ultimi anni, come dimostra la «Legge fondamentale: Israele Stato-nazione del popolo ebraico», promulgata nel 2018, o l’aperta propaganda di annessione formale di porzioni della Cisgiordania, nel 2020. In relazione a quanto sopra, si evince che ciò che accade nei territori occupati non può più essere trattato separatamente dalla realtà dell’intera area sotto il controllo israeliano. I termini che abbiamo usato negli ultimi anni per descrivere la situazione - come «occupazione prolungata» o «realtà di uno stato unico» - non sono più adeguati. Per continuare a combattere efficacemente le violazioni dei diritti umani, è essenziale esaminare e definire il regime che governa l’intera regione.

[…]

“In tutta la regione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, il regime israeliano applica leggi, usa pratiche e perpetra violenza di stato destinate a cementare la supremazia di un gruppo - gli ebrei - su un altro - i palestinesi. […]

“I cittadini ebrei vivono come se tutta la regione fosse uno spazio unico (fatta eccezione per la striscia di Gaza). La linea verde non significa quasi nulla per loro: che vivano a ovest, all’interno del territorio sovrano di Israele, o a est, in insediamenti che non sono formalmente annessi a Israele. Di fatto, è irrilevante per i loro diritti o per il loro status.

“Dove vivono i palestinesi è invece cruciale. Il regime israeliano ha diviso l’area in diverse unità che definisce e governa in modo diverso, concedendo ai palestinesi diversi diritti in ciascuna di esse. La divisione è, quindi, rilevante solo per i palestinesi. Lo spazio geografico, che è un’unità unica per gli ebrei, è un mosaico frammentato per i palestinesi:

• I palestinesi [...] che vivono nel territorio definito nel 1948 come territorio sovrano israeliano sono cittadini israeliani; essi rappresentano quasi il 17% dei cittadini dello Stato. Se questo status garantisce loro molti diritti, essi non godono comunque degli stessi diritti dei cittadini ebrei, né in teoria, né in pratica - come spiegato in dettaglio più avanti;

• Circa 350.000 palestinesi vivono a Gerusalemme Est, che copre circa 70.000 dunams,2 la superficie che Israele ha annesso al suo territorio nel 1967. Questi individui sono definiti come «residenti permanenti» di Israele, uno status che permette loro di vivere e lavorare in Israele senza bisogno di permessi speciali, di ricevere benefici sociali, l’assicurazione sanitaria, e votare alle elezioni comunali. Tuttavia, la residenza permanente, a differenza della cittadinanza, può essere revocata in qualsiasi momento, a piena discrezione del Ministro dell’Interno. In certe circostanze, può anche scadere;

• Anche se Israele non ha mai formalmente annesso la Cisgiordania, tratta il territorio come proprio. Più di 2,6 milioni di cittadini palestinesi vivono in Cisgiordania in decine di zone franche divise sotto un rigido governo militare e senza diritti politici. Israele, in circa il 40% di questo territorio, ha trasferito alcuni poteri civili all’Autorità Palestinese (AP), che però è ancora subordinata a Israele e può esercitare i suoi limitati poteri solo con il consenso di quest’ultimo;

• La Striscia di Gaza ospita quasi due milioni di palestinesi, anch’essi privati dei diritti politici. Nel 2005, Israele ha ritirato le sue forze armate dalla Striscia di Gaza, ha smantellato gli insediamenti che vi aveva costruito e ha abdicato alla responsabilità del destino della popolazione palestinese. Ma dopo la presa di potere di Hamas nel 2007, Israele ha imposto un blocco sulla striscia di Gaza che è ancora in vigore. In tutti questi anni, Israele ha continuato a controllare, dall’esterno, quasi ogni aspetto della vita a Gaza.

DIRITTI INFERIORI A QUELLI DEI CITTADINI EBREI

“Israele concede ai palestinesi una serie di diritti ben distinti in ciascuna di queste unità – in ogni caso sempre meno di quelli concessi ai cittadini ebrei.

[…]

I quattro metodi principali utilizzati dal regime israeliano per promuovere la supremazia ebraica sono dettagliati di seguito. Due di questi sono attuati uniformemente in tutta la regione: limitare la migrazione dei non ebrei e accaparrarsi la terra palestinese per costruire comunità per soli ebrei, relegando i palestinesi in piccole enclave. Gli altri due sono attuati principalmente nei territori occupati: l’attuazione di restrizioni draconiane al movimento dei palestinesi non titolari di cittadinanza e la negazione dei loro diritti politici.

[…]

“Ogni persona ebrea nel mondo, così come i suoi figli, nipoti e coniugi, ha il diritto di immigrare in Israele in qualsiasi momento e ricevere la cittadinanza israeliana, con tutti i diritti ad essa associati. Si riceve questo status anche se si sceglie di vivere in un insediamento in Cisgiordania che non è formalmente annesso al territorio sovrano di Israele.

Al contrario, i non ebrei non hanno diritto allo status legale nelle aree controllate da Israele. I palestinesi che vivono in altri paesi non possono immigrare nella zona tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, anche se essi stessi, i loro genitori o i loro nonni sono nati ed hanno vissuto lì.

“I cittadini palestinesi di Israele o i residenti di Gerusalemme Est possono facilmente trasferirsi in Cisgiordania (anche se così facendo rischiano di perdere i loro diritti e il loro status). I palestinesi nei territori occupati non possono ottenere la cittadinanza israeliana e trasferirsi nel territorio dove Israele è sovrano.3

[…]

“Nel 2003, la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea (ancora in vigore) che proibisce la concessione della cittadinanza israeliana o della residenza permanente ai palestinesi dei territori occupati che sposano israeliani - a differenza dei cittadini di altri paesi.

[…]

Sequestrando la terra per gli ebrei e – allo stesso tempo – stipando i palestinesi in enclave, Israele sta perseguendo una politica di «ebraicizzazione» della regione, basata sulla convinzione che la terra sia una risorsa destinata al beneficio quasi esclusivo del popolo ebraico. La terra viene usata per sviluppare ed espandere le comunità ebraiche esistenti e costruirne di nuove, mentre i palestinesi vengono espropriati e ammassati in piccole enclave sovraffollate. Questa politica è stata praticata per le terre in territorio sovrano israeliano dal 1948, e poi applicata ai palestinesi nei territori occupati dal 1967. Nel 2018, questo principio di base è stato sancito nella Legge fondamentale: Israele - Stato-nazione del popolo ebraico.

[…]

I BEDUINI, DEGLIINVASORI

“Israele ha usato questa zona per costruire centinaia di comunità per i cittadini ebrei - e nemmeno una per i cittadini palestinesi. C’è un’eccezione: una manciata di città e villaggi costruiti per concentrare la popolazione beduina, che è stata privata della maggior parte dei suoi diritti di proprietà. La maggior parte della terra su cui vivevano i beduini è stata espropriata e registrata come terra statale. Molte comunità beduine sono state definite come «non riconosciute» e i loro residenti come «invasori». Sulla terra storicamente occupata dai beduini, Israele ha costruito comunità esclusivamente per gli ebrei.

[…]

“Israele ha anche approvato una legge che permette alle comunità con comitati di ammissione, che sono centinaia in tutto il paese, di rifiutare i candidati palestinesi per motivi di "incompatibilità culturale.”

“Il regime ha usato lo stesso principio organizzativo in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) dal 1967. [...] Tutti gli insediamenti sono zone militari chiuse dove ai palestinesi è vietato entrare senza un permesso. Attualmente, Israele ha stabilito più di 280 insediamenti in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), in cui vivono più di 600.000 ebrei. Ancora più terra è stata requisita per costruire centinaia di chilometri di strade di circonvallazione per i coloni.”

“Israele ha istituito un sistema di pianificazione urbana separato per i palestinesi in Cisgiordania, progettato col principale scopo di impedire la costruzione e lo sviluppo."

“Vasti tratti di terreno non sono disponibili per la costruzione perché sono stati dichiarati terre statali, zone di tiro, riserve naturali o parchi nazionali [...] Il sistema di pianificazione separato si concentra sulla demolizione delle strutture costruite senza permessi [...] Tutto questo ha costretto i palestinesi in decine di enclave densamente popolate [...].

“Israele permette ai suoi cittadini e residenti ebrei e palestinesi di viaggiare liberamente in tutta la regione […] con la possibilità di partire e tornare in qualsiasi momento. Al contrario, i residenti di Gerusalemme Est non hanno passaporti israeliani e un’assenza prolungata può comportare la revoca del loro status.4

“Israele limita sistematicamente il movimento dei palestinesi dai Territori Occupati e generalmente proibisce loro di spostarsi tra le unità. I palestinesi della Cisgiordania che desiderano entrare in Israele, a Gerusalemme Est o nella Striscia di Gaza devono rivolgersi alle autorità israeliane. […]

“Nella Striscia di Gaza, che è sotto embargo dal 2007, l’intera popolazione è imprigionata poiché Israele proibisce quasi ogni movimento in entrata e in uscita - tranne nei rari casi definiti come umanitari. Gli abitanti di Gaza che desiderano spostarsi devono compilare una domanda di permesso speciale. I palestinesi che desiderano lasciare Gaza o i palestinesi di altre unità che desiderano entrare a Gaza devono anch’essi presentare una domanda di permesso speciale alle autorità israeliane. I permessi sono concessi solo occasionalmente e possono essere ottenuti solo attraverso un meccanismo rigoroso e arbitrario, anche detto «regime dei permessi», che manca di trasparenza e chiarezza nelle regole di assegnazione. Israele tratta ogni permesso concesso a un palestinese come un atto magnanimo, piuttosto che come l’adempimento di un diritto acquisito.

[…]

“Anche i palestinesi nei territori occupati hanno bisogno del permesso israeliano per viaggiare all’estero. In generale, Israele non permette loro di utilizzare l’aeroporto internazionale di Ben Gurion, che si trova nel suo territorio sovrano. I palestinesi della Cisgiordania devono quindi volare dall’aeroporto internazionale giordano - ma possono farlo solo se Israele permette loro di attraversare il confine con la Giordania. Ogni anno, Israele nega migliaia di richieste per attraversare questa frontiera, senza spiegazione alcuna. I palestinesi di Gaza devono dunque attraversare il valico di Rafah controllato dall’Egitto. Nel caso questo sia aperto, le autorità egiziane autorizzano il loro passaggio e questi possono infine intraprendere il loro lungo viaggio attraverso il territorio egiziano.

[…]

LA NEGAZIONE ALLIMPEGNO POLITICO

“Come le loro controparti ebree, i cittadini palestinesi di Israele possono intraprendere azioni politiche per promuovere i loro interessi, come votare o candidarsi per una carica pubblica. Possono eleggere rappresentanti, fondare partiti o unirsi a partiti esistenti. Nonostante ciò, i funzionari eletti palestinesi sono continuamente diffamati […].

“I circa cinque milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati non possono partecipare al sistema politico che governa le loro vite e determina il loro futuro. Teoricamente, la maggior parte dei palestinesi ha il diritto di votare alle elezioni dell’AP. Tuttavia, poiché i poteri dell’AP sono limitati, anche se le elezioni si tenessero regolarmente (l’ultima è stata nel 2006), il regime israeliano continuerebbe a governare la vita dei palestinesi, poiché si riserva il controllo sui principali aspetti di governo nei territori occupati. Questi includono il controllo sull’immigrazione, la registrazione della popolazione, la pianificazione e le politiche di utilizzo del territorio, l’acqua, le infrastrutture di comunicazione, l’import export, e il controllo militare su terra, mare e spazio aereo.

[…]

“Una serie di leggi, come la legge sul boicottaggio e la legge sulla Nakba, hanno limitato la libertà degli israeliani di criticare le politiche relative ai palestinesi in tutta la regione. I palestinesi nei territori occupati subiscono restrizioni ancora più dure, ad esempio non possono manifestare, molte associazioni sono state vietate e quasi ogni dichiarazione politica è considerata un incitamento alla violenza.

“Un regime che usa leggi, pratiche e violenza organizzata per cementare la supremazia di un gruppo su un altro è un regime di apartheid. L’apartheid israeliana che promuove la supremazia ebraica sui palestinesi non è nata in un giorno, né da un solo aspetto. È un processo diventato gradualmente più istituzionalizzato ed esplicito, con meccanismi introdotti nel tempo attraverso la legge che promuove la supremazia ebraica. Queste misure accumulate, la loro pervasività nella legge e nella pratica politica, e il sostegno pubblico e giudiziario che ricevono, pongono la base per la nostra conclusione, poiché di fatto l’asticella per etichettare il regime israeliano come apartheid è stata raggiunta.

CHE COSA È CAMBIATO?”

“Se questo regime si è sviluppato in così tanti anni, perché pubblicare questo articolo nel 2021? Cosa è cambiato? Gli ultimi anni hanno visto un aumento della motivazione e della volontà delle istituzioni e dei funzionari israeliani di sancire la supremazia ebraica nella legge e di dichiarare apertamente le loro intenzioni. […].

“La legge fondamentale dello stato-nazione, promulgata nel 2018, sancisce il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione a esclusione di tutti gli altri. Stabilisce che distinguere gli ebrei in Israele (e nel mondo) dai non ebrei è fondamentale e legittimo. Sulla base di questa distinzione, la legge permette una discriminazione istituzionalizzata a favore degli ebrei nell’insediamento, nel domicilio, nello sviluppo della terra, nella cittadinanza, nella lingua e nella cultura. È vero che il regime israeliano ha già ampiamente seguito questi principi, ma ora la supremazia ebraica è sancita dalla Legge fondamentale, rendendola un principio costituzionale vincolante - a differenza della legge ordinaria o delle pratiche delle autorità che potrebbero essere contestate.

[…]

“La logica del regime israeliano e le misure utilizzate per attuarla ricordano il regime sudafricano, che ha cercato di preservare la supremazia dei cittadini bianchi, in parte dividendo la popolazione in classi e sottoclassi e dando diritti differenti a ciascuno. Ci sono naturalmente delle differenze tra i due regimi. Per esempio, la divisione in Sudafrica era basata sulla razza e sul colore della pelle, mentre in Israele è basata sulla nazionalità e sull’etnia. [...] Tuttavia, sia nel discorso pubblico che nel diritto internazionale, la parola apartheid non significa una copia esatta del vecchio regime sudafricano. Nessun regime sarà mai identico. «Apartheid» è stato a lungo un termine indipendente, radicato nelle convenzioni internazionali, che si riferisce al principio organizzativo di un regime, ovvero quello di proteggere sistematicamente il dominio di un gruppo su un altro e di lavorare per cementarlo.

[…]

“La dura realtà qui descritta può continuare a peggiorare se vengono introdotte nuove pratiche - con o senza la legislazione che le accompagna. In ogni caso, all’origine di questa situazione ci sono degli individui, e altri potrebbero peggiorarla - o adoperarsi per sostituirla. Questa è la speranza nonché la forza trainante di questo comunicato. Come si può combattere un’ingiustizia se non è correttamente identificata? L’apartheid è il principio organizzatore; riconoscerlo non è fatalismo. Al contrario: è un appello al cambiamento.” […]

1Il confine che separa Israeli dai territori palestinesi occupati

21 dunam=1000 metri quadrati

3A ovest della linea verde

4E quindi la possibilità di risiedere a Gerusalemme