Cinema

Bosnia Express. Anatomia di una nazione in un viaggio lungo un secolo

Presentato al Trieste Film Festival, arriva nelle sale italiane Bosnia Express del regista, scrittore e produttore Massimo D’orzi. È un viaggio tra passato e presente all’interno di un paese ancora dilaniato da una guerra nata nel cuore dell’Europa. Testimonianze e voci raccontano la rinascita di un popolo che celebra quest’anno il trentennale della sua proclamazione d’indipendenza.

Un’immagine del film
Loups Garoux Produzioni, Il Gigante

Terzo atto di una ideale trilogia iniziata nel 2003 con La rosa più bella del nostro giardino e proseguita nel 2004 con Adisa o la storia dei mille anni, ambientato fra le comunità Rom della Bosnia Erzegovina, Bosnia Express del regista, scrittore e produttore Massimo D’orzi è un viaggio nei luoghi del conflitto bosniaco. Il film, liberamente ispirato al libro di Luca Leone, inizia simbolicamente da Trieste, città di confine, per arrivare a Sarajevo, passando per Srebrenica, Tuzla, Stolac, Mostar, Medjugorje alla scoperta dell’inesauribile bellezza di un paese ancora dilaniato a trent’anni esatti dallo scoppio della guerra.

UN MODELLO EUROPEO DI COSMOPOLITISMO

La Bosnia, con il suo crocevia di culture, religioni e popoli, assomiglia al baklava, con le sue tante sfoglie di pasta. Un dolce che nei secoli ha unito molti popoli. “Baklava è Bosnia”,1 rappresenta l’essenza di un paese che ha cullato per secoli un faticoso e fragile sogno di unità, fratellanza e laicità fra gli slavi del sud. Un sogno costruito – secondo il regista di Bosnia Express – su tre eresie: la prima è stata quella di opporsi nel Duecento a Roma e a Costantinopoli; la seconda con la conversione in massa all’Islam nel XV secolo e in ultimo l’eresia di Tito, con l’opposizione tenace allo stalinismo, per avviare l’esperimento di un socialismo dal volto umano.2 Secondo alcuni analisti, nei Balcani si è consumata la più grande guerra di religione europea dalla Guerra dei trent’anni, con cattolici, musulmani e ortodossi in lotta tra loro fino ad arrivare agli orrori della pulizia etnica. Un errore fatale è stato quello di confondere identità etnica e religiosa. “È qui che il socialismo fallisce”.3 E forse è da qui che bisogna partire.

Qual è l’evento che ha determinato la fine di quel sogno di unità, uguaglianza e laicità? Cosa ne è stato di quella città cosmopolita che per secoli è stata Sarajevo con la sua mescolanza di sinagoghe, chiese e moschee, che n’è stato della sua unicità di città dell’Oriente nel cuore della vecchia Europa? Perché proprio Sarajevo è diventata la capitale delle rovine? Divisa tra Oriente e Occidente, la città di Sarajevo ha vissuto il paradosso di diventare il simbolo della violenza politica del XX secolo, oltre ad essere un modello per tutta l’Europa di cosmopolitismo, integrazione e convivenza di fedi, culture ed etnie. Il Novecento è il secolo che nasce e muore a Sarajevo.

Secondo la giornalista e scrittrice bosniaca Azra Nuhefendić, la città era “cosmopolita, ma questo non vuol dire che fosse vaccinata contro il nazionalismo”.4 Durante la Seconda guerra mondiale, Sarajevo fu incorporata nel regime ultranazionalista degli ustascia croati e furono presi di mira tutti gli “stranieri”: ebrei (una comunità di diecimila persone finita nei campi di concentramento), serbi, montenegrini, russi e rom. La capitale bosniaca non collaborò mai alla deportazione di ebrei e zingari e fece resistenza, prima disobbedendo alle direttive statali circa il boicottaggio dei negozi ebraici, poi opponendosi al decreto ustascia che dichiarava i rom non ariani, perché i rom erano da sempre una parte ben radicata della città.

Nei lunghi inverni durante l’assedio, i cittadini di Sarajevo andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica, dove le uniche cose che non potevano mancare erano le sigarette e le poesie. Nella capitale sotto assedio e accerchiata dalle forze occupanti era il poeta Sarajlić a dare il benvenuto nel più grande carcere d’Europa e a fare “il turno di notte”.5 Un lungo diario dell’insonnia.

UNA LINEA DI CONFINE

La regione balcanica è da sempre un territorio diviso. Qui passava la linea di Teodosio che divideva in due l’Impero romano, segnando la scissione tra Occidente e Oriente. Su questa faglia si sono consumate le contese tra la Chiesa di Roma e quella bizantina, tra il mondo cristiano e quello musulmano, tra il capitalismo e il comunismo. Secondo il celebre giudizio di Winston Churchill, “i Balcani soffrono sempre di troppa storia”.

Un territorio diviso che si confedera alla fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero ottomano, con la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi ribattezzato Regno di Jugoslavia. Le tensioni e le spinte nazionaliste trovano un punto di equilibrio solo nel secondo dopoguerra, sotto Tito, fino al 1980. Dopo la dichiarazione d’indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991, il referendum del 1° marzo 1992 sancisce l’indipendenza della Bosnia dalla Federazione jugoslava, nonostante la posizione contraria da parte dei Serbi. È l’effetto domino che porta al processo irreversibile di dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

Nelle prime immagini del film, vediamo una giovane donna che ci apre le porte del bunker antiatomico che Tito si era fatto costruire, tra il 1953 e il 1979, a Konijc, vicino Sarajevo. Per un attimo, la camera si infila lungo gli stretti cunicoli, entrando nei sotterranei della Storia. Cominciano a scorrere le immagini di repertorio, fotogrammi in bianco e nero. Vediamo sfilare i capi di stato – si riconoscono il leader indiano Jawaharlal Nehru e il presidente egiziano Gamal ‘Abd el-Nasser – al vertice di Belgrado del 1961. Sono i leader del movimento di Non allineati, i paesi in via di sviluppo usciti dal processo di decolonizzazione, che cercano una possibile alternativa ai due blocchi durante la Guerra Fredda.

LA GUERRA NON HA UN VOLTO DI DONNA

Avevo un conto in sospeso con la Bosnia dopo esserci stato nel 1996 insieme ad un gruppo di servizi umanitari e poi nuovamente nel 2004. Nel 1996 arrivai in una Mostar distrutta, senza luce, sprofondata nel medioevo, dove si camminava con il rischio di calpestare una mina. Non avrei mai immaginato si potesse arrivare a tanto. Un viaggio che mi ha segnato profondamente. In quell’occasione incontrai molte persone testimoni di quella guerra. Incontrai anche diverse donne, molte di loro erano state vittime di stupro e ogni tipo di violenza. Mi ricordo in particolare Ana, aveva gli occhi di vetro, non sorrideva più.6

All’origine di questo lungo viaggio attraverso le frontiere, c’è un conto in sospeso, un’ossessione che non lascia in pace anche dopo anni o forse una promessa. “Avevo giurato a me stesso che non avrei più messo piede in Bosnia” dice la voce fuori campo. Eppure, il film torna proprio sui luoghi della guerra e della violenza, nel cuore di un’Europa ancora divisa, disseminando indizi per trovare un colpevole, un assassino. E gli indizi sono le tante donne che vediamo nel corso del film. Lasciamo i sotterranei, e torniamo al pianoterra della Storia, lungo le strade, i marciapiedi, i luoghi delle città. Incontriamo gli occhi pieni di vita di bambine concentrate ad esercitarsi al piano, entriamo nelle scuole di danza, ci sembra di conversare con due donne che parlano tra loro nei corridoi della facoltà di pedagogia islamica, rimaniamo incantati dallo sguardo dell’artista Nikolina Vujic. Ogni volta è la camera che indaga discreta, mai invadente a raccontarci la storia di queste donne, le segue, sta con loro, poi le strade si dividono.

Si ha la sensazione di tornare indietro nel tempo e nella storia (una carrozza procede all’indietro lungo un viale di pioppi come se volesse rimettere le lancette della storia all’inizio alla Prima guerra mondiale). Da qualche parte, c’è il rumore di un treno che sferraglia, lo sentiamo durante tutto il film, è un viaggio quasi al termine della notte, in quel cuore di tenebra che sono stati i Balcani negli anni ’90. Da spettatori, attraversiamo un intero paese dai finestrini di un treno a bassa velocità. Un viaggio dalle cadenze volutamente lente, fatto di soste e imprevisti. Ci si mette in ascolto dei luoghi. Vediamo fabbriche dismesse, cimiteri, quartieri sventrati e palazzoni, chiese cattoliche, ortodosse e moschee.

Attraverso una polifonia di voci e testimoni, che cercano di lasciarsi alle spalle un passato di morte e violenza, la sfida è quella di restituire l’immagine che la storia e la guerra hanno sottratto alle tante donne che incontriamo nel film. Chi ha scelto solo le immagini di morte, come hanno fatto le grandi televisioni occidentali arrivate fin lì a raccontare una città sotto assedio, non ha capito nulla. La vera immagine di Sarajevo era ed è la vita. Il coraggio e la forza di donne e uomini che si aggrappano alla vita, per sopravvivere durante i lunghi inverni senza luce, acqua, corrente, gas per riscaldarsi. È quella che il poeta Izet Sarajlić chiama la Sarajevo “amorosa che non si arrende”. Dopo gli anni della guerra, oggi passeggiare nelle strade della Bosnia significa essere folgorati da un’immagine improvvisa, da colori, suoni o voci che evocano melodie lontane nel tempo, come il coro di donne dell’Ansambl Iskre alla stazione di Tuzla.

Nell’angolo più remoto e tragico, nella miseria più turpe e nera, capitava che facesse comparsa la bellezza.

Ecco come il regista racconta il suo soggiorno in Bosnia per la realizzazione del film Adisa, uscito nel 2004, per raccontare “la danza immobile dei carretti fantasma popolati da zingari impauriti che avevano smesso di ridere”.7

LE VITTIME, NON I CARNEFICI

Nel prologo del film, una voce ci racconta una strana e misteriosa fiaba balcanica. Un pastore salva un serpente e come ricompensa chiede al padre del serpente, lo zar, la lingua indicibile. Il regista vede qui una rivelazione del veleno che qualcuno ha “sputato” nelle menti dei bosniaci. Forse quel serpente ha le sembianze di Baba Roga, il mostro che si nasconde nelle pieghe della storia, talvolta con le sembianze di una strega o un uomo nero col cappellaccio.

Il regista fa spesso ricorso alle epifanie per rivelare la realtà, o meglio quella verità che emerge attraverso la fusione tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Le epifanie sono delle rivelazioni, verità che cogliamo nelle cose, create anche grazie al montaggio della bravissima Paola Traverso. In molte inquadrature, le epifanie creano i movimenti di una sinfonia. I corpi, i volti, i luoghi vengono filmati rimanendo sempre alla giusta distanza, vicini ma rispettandone l’intimità.

Non c’è spazio per i carnefici nel film, che infatti appaiono in filmati di repertorio, immagini quasi sgranate, amatoriali, girate in video che si alternano con il presente. È un film dichiaratamente di denuncia che racconta il riscatto e la rivincita delle tante donne che sono state le più attaccate, quelle che i carnefici hanno cercato di distruggere. La guerra è stata distruzione fisica e non solo, ed è passata anche e soprattutto dal corpo e dalla mente delle donne. E sono le donne di ogni età il vero corpo del film. Le loro voci e i loro sguardi rappresentano l’atto di resistenza contro ogni guerra.

CAPOLINEA

Oggi c’è il pericolo per la società bosniaca di ritornare al passato, a trent’anni prima. Negli anni dopo la guerra, la distanza sociale e il rischio di rimanere confinati all’interno della propria etnia sono aumentati. Anche nella città di Mostar con il famoso ponte del XV secolo Stari Most, distrutto nel novembre 1993 e ricostruito nel 2004, non sono state cancellate le divisioni etniche tra la popolazione. Sono trascorsi trent’anni esatti dall’inizio della tragica guerra in Bosnia ed Erzegovina, combattuta tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 1995. Alla fine del conflitto, il macabro bilancio sarà di 100.000 vittime, tra cui 40.000 saranno i civili. Questi i numeri di un lungo teatro di guerra nel cuore dell’Europa.

A chi o a cosa attribuire le colpe del conflitto? Qual è stato il ruolo delle religioni nella guerra di Bosnia? Le religioni monoteiste sono state vittime o complici? O forse sono state i veri mandanti? Il film è un’indagine che cerca di rispondere a tutte queste domande. Sono stati i capi religiosi che hanno tirato fuori gli scheletri dall’armadio, dopo secoli, e hanno influenzato un intero popolo spaventandolo. I fantasmi evocati del fondamentalismo religioso e dell’etnonazionalismo hanno generato la violenza, la follia omicida, i campi di concentramento e la pulizia etnica.

A distanza di anni si possono stabilire complici e vittime? Ancora oggi rimangono aperti molti interrogativi e soprattutto molti crimini restano impuniti, nonostante il Tribunale dell’Aia abbia confermato la condanna all’ergastolo per Ratko Mladić per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il massacro di Srebrenica del 1995.

Sono tanti, troppi i complici a partire dall’Europa, i soldati Onu, la Nato, i responsabili dell’enclave di Srebrenica che non hanno fermato il genocidio di 8000 bosgnacchi, la popolazione bosniaca di fede musulmana in maggioranza ragazzi e uomini, uccisi dalle milizie paramilitari, il corpo d’élite Skorpion del generale Mladić. Lì si è consumato il grande imbroglio, la zona protetta era in realtà una trappola. Dopo anni, il trauma della gente del posto porta ancora i segni di quei giorni. Considerati un “baluardo contro il pericolo islamista”, molti dei criminali sono ancora lì, alcuni con cariche politiche. A chi chiedere conto di questi orrori?

Il film alterna diario intimo, documentazione storica e racconto e lascia gli interrogativi aperti, girandoli direttamente agli spettatori per mettere insieme e riannodare – se è possibile – i fili sottili e intricati della Storia. Proprio qui dove gli inganni, i mascheramenti, le finzioni, le menzogne sono trappole in cui è facile cadere, una volta calato il sipario storico degli eventi. Si rimane nella consapevolezza che non si potrà mai spiegare a chi è rimasto lontano quanto sia stato terribile essere lì, né quanto dolore c’è ogni volta che si ritorna.

Dietro il ritrovato ordine delle cose, è necessario continuare a gridare la verità in faccia agli assassini, anche quando non si sa chi sono o dove sono. Forse gli assassini sono nascosti tra la folla. Ci sarà qualcuno o qualcuna che riuscirà a riconoscere uno dei tanti carnefici ancora impuniti. O forse rivedendolo, qualcuno potrà scovare tra la folla il vero Baba Roga.

1Luca Leone, Bosnia Express, Infinito edizioni, 2011.

2Massimo D’orzi, “Le tre eresie” in Left, n. 3, 22-28 gennaio 2021.

3Ibidem

5Erri De Luca, prefazione a Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, Einaudi, 2012.

7Massimo D’orzi, “Sacchi di paglia, pietre preziose e vento (tutto ciò che so di loro)” in Adisa o la storia dei mille anni, Infinito edizioni, 2015.