Omar Rajeh: “La danza non fa per noi”

Con lo spettacolo La danza non fa per noi, titolo che rimanda alla risposta della sua prozia quando da giovane le aveva annunciato di voler diventare un ballerino, il coreografo libanese Omar Rajeh, grande protagonista della nascita della danza contemporanea a Beirut, sembra aver avuto un urgente bisogno di concentrarsi su sé stesso e rivivere fisicamente il suo impegno per la danza e per tutto ciò che essa significa.

Omar Rajeh. «Dance Is Not for Us»
Giuseppe Follacchio

Omar Rajeh è un ballerino e coreografo generoso e impegnato. In 20 anni ha formato, con la sua compagna Mia Habis, decine di ballerini libanesi attraverso il lavoro svolto con Maqamat1, la loro compagnia di danza contemporanea. Dalla sua creazione nel 2002, ha instancabilmente cercato finanziamenti, organizzato eventi, spesso lavorando anche pro bono. Ha contribuito alla creazione della scena della danza contemporanea a Beirut mentre molti, anche nel campo dell’arte, pensavano che la danza non facesse per loro. Ha inoltre aperto quella stessa scena al mondo grazie al festival BIPOD - Beirut International Platform of Dance2 e il sostegno offerto agli artisti che volevano fare tour internazionali.

“La danza non fa per noi”

Questi spettacoli sono attraversati da un forte impegno politico e da una sincera empatia per le altre cause: il Festival BIPOD nel 2022 sollevava la questione della disobbedienza culturale e del cambiamento politico3. Uno dei suoi ultimi spettacoli, Minareto4 creato nel 2018, metteva in scena, intorno al minareto distrutto della grande moschea di Aleppo, dei siriani costretti a ballare sotto il controllo di droni che giravano sul palco.

Con lo spettacolo La danza non fa per noi5, titolo che rimanda alla risposta della sua prozia quando da giovane le aveva annunciato di voler diventare un ballerino, questa volta il coreografo, di solito generoso e proteso verso gli altri, sembra aver avuto un urgente bisogno di concentrarsi su sé stesso: di capire il proprio percorso, ritornare sul proprio cammino, artistico, politico come libanese, ma soprattutto come artista che ha dovuto subire i disastri del crollo economico del suo Paese, dell’esplosione... e di tutto il resto.

Omar Rajeh. «Dance Is Not for Us»
Foto: Giuseppe Follacchio

Dopo aver lottato per anni a Beirut, creando nel 2017 un luogo per la danza contemporanea, Citerne Beirut6, poi smantellato nel 2019 a seguito di un estenuante braccio di ferro con il Governatore della città, Rajeh risiede oggi a Lione, “per poter continuare a esistere come compagnia”.

“Una scelta tecnica”

L’esilio non è né una scelta né una rottura con Beirut, è piuttosto come se per continuare a esistere per il Libano si dovesse lasciare il Libano: “è una scelta tecnica”, ha precisato durante un’intervista dopo il suo spettacolo al teatro Palladium di Roma dove apriva il festival VERTIGINE, la stagione di danza 20247 del Centro Nazionale di Produzione della Danza ORBITA|Spellbound.

Durante il nostro ultimo tour tutti i dividendi dello spettacolo sono stati versati sul nostro conto libanese ancora oggi bloccato; quindi, non abbiamo potuto pagare gli artisti.

Allora Omar Rajeh ha organizzato la propria manifestazione politica, da solo, contro le super strutture del potere, libanesi e non solo. Durante i 60 minuti dello spettacolo, dove la sua presenza sul palco è sorprendente, non cerca di dimostrare il suo coraggio fisico ma piuttosto di affermare la sua libertà: salta, si alza sulle punte, abbozza passi di dabka, come a voler esprimere “un bisogno di ricordare fisicamente il suo percorso – spiega – dal suo debutto come ballerino di dabka alle manifestazioni contro la corruzione in Libano”. Rajeh afferma così che si può sempre continuare a lottare senza presentarsi come una vittima:

È qualcosa a cui abbiamo riflettuto molto con Mia, e di cui bisogna tener conto oggi quando si è libanesi e si gira il mondo. Abbiamo avuto la guerra civile, tutto ciò che ne consegue, ma ci rifiutiamo di essere guardati solo da questo punto di vista.

La soluzione proposta da Rajeh va cercata nel momento presente, quello condiviso da pubblico e artista, che vivono e ricordano insieme. La messa in scena crea un’interazione di tutti i momenti: sullo schermo, mentre inizia lo spettacolo, Omar Rajeh coreografo interroga gli spettatori: come sono venuti, con chi, cosa facevano prima? Perché sono venuti? Queste domande fanno immediatamente prendere coscienza del motivo per cui ognuno è presente allo spettacolo insieme agli altri spettatori.

“Un ricordo profumato di generosità”

In chiusura di spettacolo, annulla definitivamente il confine tra palco e pubblico smantellando la scenografia fatta di casse di basilico: passa così tra le poltrone e offre delle piantine di basilico che riempiono il teatro di un odore familiare, di cucina, di condivisione: “il basilico, per me, è il vasetto davanti alla casa dei miei nonni nello Shuf”, una magnifica regione montagnosa del Libano. Un ricordo profumato di un grande momento di generosità.

Omar Rajeh. «Dance Is Not for Us»
Foto: Giuseppe Follacchio

Omar Rajeh non ha davvero niente di accademico, ma riesce comunque a darci una lezione: dopo il COVID, e dopo tutto quello che è successo in Libano e nella sua regione, è urgente riaprire, ovunque, la cultura e affermare che essa è fondamentale:

Quando si va a teatro, è solo una tradizione, un fatto sociale, o è un adunamento che ricorda una manifestazione, qualcosa che è molto importante per noi, che significa molto nella nostra vita? La cultura è vita. Non è qualcosa di marginale. Altrimenti, perché dovremmo essere qui?