Post-golpe

Il Sudan, un paese diviso tra crisi e resistenza

Un anno fa, i militari hanno preso il controllo di tutto il potere a Khartoum, interrompendo bruscamente il processo di transizione democratica. Il bilancio del colpo di Stato è disastroso sotto ogni aspetto. Il punto della situazione.

Khartoum, 13 ottobre 2022. Manifestazione contro il governo che chiede il ritorno a un regime civile. Sullo striscione si legge: “no alla militarizzazione del sistema giudiziario”.
AFP

Il colpo di stato serviva a salvare il paese, così annunciava il 25 ottobre 2021 il suo principale artefice, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito. All’epoca, era presidente del Consiglio di sovranità, l’organo di supervisione... del governo di transizione verso la democrazia. Il generale aveva anche dichiarato la necessità di rimettere la rivoluzione sui binari giusti, escludendo chi che era spinto solo dalla volontà di “accentrare tutto nelle proprie mani, indifferente ai rischi politici, economici e sociali” che incombevano sul paese. Secondo il golpista, si trattava di formare un governo di tecnocrati competenti e disinteressati in grado di gestire al meglio il Paese.

Al-Burhan non era solo. Nel “percorso di correzione” verso la transizione democratica erano coinvolti anche i generali Shams Eddin Kabashi, compagno d’armi del comandante in capo delle forze armate, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, a capo delle Forze di supporto rapido (RSF), proveniente dai janjawid, milizie sostitutive dell’esercito sudanese durante la guerra del Darfur. Entrambi erano già al fianco di Abdel Fattah al-Burhan ai vertici del potere. Un anno dopo, sono ancora lì. Ma qual è situazione attuale in Sudan?

“Per noi è stato un anno perso”, lamenta Othman Manal, uno dei principali attivisti del governo di transizione. A Khartoum, la sua sicurezza è a rischio e per privacy non riveleremo il suo vero nome. “Al-Burhan aveva giustificato il suo colpo di stato con molte promesse, dicendo di non voler mettere fine alla transizione democratica. A distanza di un anno, non abbiamo un governo, nessuna giustizia e un’economia in pessime condizioni. “Il colpo di stato ha spazzato via tutti i progressi compiuti dal governo di transizione sul piano economico, politico, sociale”, aggiunge Kholood Khair, analista e direttore del think tank Confluence Advisory, con sede a Khartoum.

È da luglio di quest’anno che il capo della giunta va dichiarando che l’esercito lascerà il governo del paese ai civili – a condizione che questi si mettano d’accordo –, ma l’opposizione filo-democratica resta scettica. A buon diritto: il passato, infatti, insegna che i militari non intendono lasciare né il potere, né tantomeno i loro privilegi. Intanto, i negoziati tra generali e civili vanno per le lunghe, nonostante le pressioni del quartetto costituito da Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Regno Unito, insieme alla United Nations Integrated Transition Assistance Mission in Sudan (UNITAMS), la missione delle Nazioni Unite. Guardano con preoccupazione a un Paese che sta sprofondando in una serie di crisi da risolvere una più urgente dell’altra. Hemeti, il numero due della giunta militare, peraltro rivale di al-Burhan, ha riconosciuto in agosto che il “colpo di stato non è riuscito a realizzare il cambiamento” annunciato dai golpisti.

Un quadro, insomma, non certo roseo. Proviamo a farne un bilancio, punto per punto.

Golpisti respinti dalla popolazione

Fin dalle prime ore, il colpo di stato ha incontrato una resistenza tanto ostinata quanto pacifica di una larga parte dei/lle sudanesi, di ogni classe sociale, origine etnica, età e genere. Da allora, il paese non ha vissuto una sola settimana senza che ci fosse una protesta. Guidate dai comitati di resistenza, a volte le organizzazioni di base orizzontali e decentralizzate e le proteste raggiungono le porte del palazzo presidenziale, con nuvole di gas lacrimogeni particolarmente irritanti. Sono in corso altre manifestazioni a tutte le ore in diversi quartieri o città. “È stato un anno così folle che è volato in fretta”, spiega Mohamed S., uno studente membro del Comitato di resistenza del popolare distretto di al-Deim a Khartoum, noto per il suo attivismo. “Manifestiamo più volte a settimana e non torneremo a casa finché i militari non avranno lasciato il potere. Possono anche fermarci o ucciderci, ma noi continueremo a dire n maniera chiara che ne abbiamo abbastanza di questo regime, di essere governati con la forza e di vivere in un paese dove non esiste uno Stato di diritto”.

Le forze di sicurezza, la polizia, RSF, Riserva centrale della polizia specializzata nella repressione delle rivolte – conosciuta localmente come Abu Tayra – agenti in borghese dei molteplici servizi di intelligence, utilizzano ogni mezzo repressivo: granate di ogni tipo, proiettili veri, caccia ai manifestanti con veicoli blindati, pestaggi ai checkpoint, rastrellamenti, arresti, torture. Al 19 ottobre 2022, si contano 118 morti e più di 7000 feriti. Secondo un rapporto pubblicato da Hadhreen, un’organizzazione creata all’inizio della rivoluzione del 2018 che presta aiuto economico, ci sono almeno 400 feriti che hanno meno di 18 anni.

Dopo il colpo di stato, sono state messe in atto altre forme di protesta. Alcune, come gli scioperi generali o quelli di categoria, rientrano nell’armamentario tradizionale, mentre altre lo sono meno, come i blocchi stradali o delle città. In questo modo, lo scorso inverno, è stata impedita per diverse settimane la circolazione dei camion che trasportano merci e bestiame sull’indispensabile asse verso l’Egitto. È stato bloccato anche Port Sudan. Sono strumenti non nuovi, ma è un fenomeno nuovo sul lungo termine. “Oggi, la cultura della resistenza è molto radicata”, osserva Othman Manal. “Siamo più consapevoli, più politicizzati, meno ingenui rispetto al 2019 o anche al 2020”, riprende Mohamed S. “Non accetteremo un nuovo accordo di condivisione del potere con i militari. Rifiutiamo anche i vecchi partiti politici, presenti più o meno nella coalizione delle FFC (Forze per la libertà e il cambiamento). Sono stati al potere durante la transizione, ci siamo fidati di loro, ma non hanno fatto altro che ricominciare a fare i loro giochetti, portandoci alla catastrofe. Non ne vogliamo più sapere di loro”.

Una crescente instabilità politica

La divisione del campo filo-democratico è evidente, e finora ha impedito qualsiasi progresso significativo contro il colpo di Stato. Fianco a fianco, o addirittura faccia a faccia, i vecchi partiti politici provenienti dal sistema istituito dopo l’indipendenza del 1956, e i comitati di resistenza. Quest’ultimi, attivi a livello di quartiere o piccole città, formano una rete aperta, ma presente su tutto il territorio. Durante la rivoluzione del 2018, avevano svolto un ruolo organizzativo, lasciando la parte politica all’Associazione dei professionisti sudanesi (Sudanese Professionals Association, SPA), un’associazione di sindacati clandestini, e alle FFC, coalizione di partiti politici tradizionali e organizzazioni della società civile.

Dopo il colpo di Stato, i comitati di resistenza sono diventati la punta di diamante del movimento per la democrazia e si sono rivelati indispensabili sulla scena politica. La loro parola d’ordine non è cambiata: “Nessuna negoziazione [con i generali], nessun compromesso, nessuna condivisione [del potere]”. Su questo, si scontrano spesso con le formazioni tradizionali. “Oggi c’è un enorme divario tra le nuove e vecchie generazioni, che erano abituate a fare sempre gli stessi giochi politici,” dice con tono sferzante Mohamed S. “Non vogliamo più che si ripetano tali episodi. Stanno cercando di prendere di nuovo l’iniziativa e di rimettersi a capo del movimento rivoluzionario, ma non li lasceremo fare. A casa mia a al-Deim, hanno cercato di farsi vedere a un sit-in che avevamo organizzato, sono stati cacciati via”.

L’orizzontalità dei comitati di resistenza li rende però vulnerabili alle infiltrazioni dei partiti tradizionali. Al loro interno, ci sono divisioni tra chi è disposto alla fine ad accettare un compromesso con i generali e chi, sotto l’influenza del Partito comunista sudanese, lo rifiuta categoricamente.

Il ritorno degli islamisti

Queste divisioni consentono alla giunta, e in particolare alla sua componente islamista, di gettare di nuovo le basi per il regime di Omar al-Bashir. Nel corso delle settimane, gli islamisti hanno ripreso dei ruoli chiave da cui erano stati estromessi dopo il 2019, in particolare nella pubblica amministrazione. “Sono tornati di nuovo nei mezzi di informazione, nelle banche, nei ministeri chiave come quello delle finanze, della sanità – che gestisce molti fondi –, e della giustizia”, afferma Kholood Khair. Ancora una volta determinano la linea da seguire: lo scorso 20 giugno, una giovane donna di 20 anni, accusata di adulterio, è stata condannata a morte per lapidazione nella regione del Nilo bianco, a sud del Paese. La legge non era stata abrogata dal governo di transizione, ma non era più stata applicata. I giudici islamisti ora si sentono forti del sostegno dal potere centrale.

Il ritorno del regime di Omar al-Bashir ha creato una divisione tra i generali al potere. Hemeti, il capo della RSF, è contrario. È considerato dagli islamisti come l’avversario dell’ex dittatore, colui che l’ha tradito. Sta anche giocando d’astuzia, con il chiaro intento di costruirsi un futuro politico. Per sottolineare la sua indipendenza, ha lasciato Khartoum nel giugno 2022 per stabilirsi, in via temporanea, nel suo feudo della provincia del Darfur.

Ma le opposizioni vanno oltre l’antagonismo tra filo-democratici e militari. “Abbiamo due concezioni politiche che si fronteggiano”, analizza Kholood Khair. “La prima risale all’indipendenza e porta con sé quel circolo vizioso rimesso di nuovo in atto dopo il colpo di Stato e il consolidamento del regime, nato da golpe/rivoluzione e nuovo golpe/transizione. La seconda cultura politica si sta costruendo giorno per giorno nei comitati di resistenza, nei sindacati, nelle unioni di donne, di studenti. Stanno inventando nuove strategie d’azione, ma è importante che i due campi filo-democratici siano uniti. Solo così saranno in grado di soddisfare le esigenze della popolazione nel campo dei servizi, della creazione di nuovi posti di lavoro e dell’edilizia abitativa”.

Un’economia sull’orlo della bancarotta

Questi fabbisogni non fanno che crescere. Il governo di transizione di Abdalla Hamdok, che aveva ereditato un paese sull’orlo della bancarotta, era riuscito ad avviare un risanamento. Il golpe ha spazzato via tutto e la crisi dell’economia sudanese è oggi più profonda rispetto a prima della rivoluzione del 2018. All’indomani del colpo di Stato, le istituzioni finanziarie internazionali e gli Stati impegnati con il Sudan hanno sospeso tutti i loro aiuti. I programmi di sviluppo sono stati congelati, il processo di rinegoziazione del debito fermato. Un rapporto pubblicato a settembre dal Sudan Transparency and Policy Tracker (STPT), un think tank creato in primavera dal giurista e difensore dei diritti umani Suliman Baldo, indica che il paese ha perso 4,6 miliardi di euro in aiuti vari. La sterlina sudanese, stabilizzata con grandi sacrifici sotto Abdalla Hamdok, si è di nuovo deprezzata rispetto al dollaro, mentre sono ancora in vigore due diversi tassi di cambio, uno ufficiale, l’altro sul mercato nero. E anche se, nel mese di agosto, il tasso d’inflazione è leggermente calato al 117,4%, rispetto al 148,9% dei mesi precedenti, rimane tuttavia insostenibile per le famiglie sudanesi. Inoltre, gli economisti lo vedono come l’effetto di un calo dei consumi, perché semplicemente i sudanesi non possono più comprare dei beni.

Anche se non ci fosse stata la guerra contro l’Ucraina e la perturbazione sui mercati, l’impatto del golpe sull’economia sarebbe stato enorme. “Il colpo di Stato dell’ottobre 2021 ha calpestato le promesse e le possibili riforme di una transizione democratica guidata da civili, spingendo il Sudan verso un isolamento simile a quello prima della rivoluzione”, scrive lo STPT. Per compensare il calo delle entrate, la giunta ha aumentato le imposte e le aliquote. Tanto è vero che i commercianti della città di Gadaref, ad est del paese, per esempio, sono entrati in sciopero. “La gente è soffocata dalle tasse, dal costo dell’acqua, dell’energia elettrica e dalla minaccia della recessione”, spiega Kholood Khair. Secondo il Programma alimentare mondiale (PAM), un terzo della popolazione vive una situazione d’insicurezza alimentare.

Un paese che rischia la disintegrazione

A giudicare dagli analisti, il risultato principale della giunta è quello d’aver portato il paese, già in preda a forti tensioni centrifughe, sull’orlo della disintegrazione. Il Darfur1, lontano dall’essere pacificato, anche dopo la firma dell’accordo di pace di Juba firmato nell’ottobre 2020, sta vivendo degli episodi di estrema violenza. I tradizionali conflitti fondiari vanno di pari passo con le acquisizioni del controllo di zone aurifere con conseguente epurazione etnica. Sono state molte contestate le tribù arabe, alleate di Hemeti, che ha fatto la sua fortuna proprio grazie allo sfruttamento delle miniere d’oro.

Nelle regioni del sud, Kordofan, Nilo blu, e ad est, del Mar Rosso, i conflitti tra comunità si moltiplicano, causando diverse centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. I filo-democratici puntano il dito contro le manovre dei generali, che vorrebbero presentarsi come gli unici garanti dell’unità del Paese. Si parla apertamente del rischio di una guerra civile. È come se i generali, quel 25 ottobre 2021, non solo avessero messo fine solo alla transizione democratica, ma anche liberato i peggiori demoni del Sudan.