Elezioni in Palestina. Si torna a parlare di politica

Nonostante lo scetticismo iniziale, il processo elettorale avviato il 15 gennaio 2021 dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas segue il suo corso. Per arrivare al termine dovrà superare numerosi ostacoli, ma la tornata elettorale rilancia il dibattito politico. Se Hamas è il grande favorito, Fatah è bloccata nelle sue divisioni.

I dirigenti di Hamas Essam Aldalis, Rawhi Mushtaha et Khalil Al-Hayya (in prima fila da sinistra a destra) all’esterno della sala VIP del posto di frontiera di Rafah, il 15 marzo 2021, mentre si recano in Egitto per discutere con Fatah prima delle elezioni palestinesi.
Said Khatib/AFP

La vittoria di Hamas, partito islamista palestinese emanazione della Fratellanza Musulmana alle elezioni legislative del 2006, aveva innescato un terremoto politico, la collera di Israele, l’ostilità degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e del Quartetto.1 Uno scontro violento con Fatah aveva portato alla divisione di un territorio già frammentato: ad Hamas la Striscia di Gaza, a Mahmoud Abbas la Cisgiordania.

In 15 anni di conflitto i due attori sembrano aver esaurito tutte le carte. La pressione esercitata da Israele e dall’amministrazione Trump ha innescato il loro riavvicinamento, orchestrato da Jibril Rajoub, 67 anni. Il vecchio capo dell’informazione e segretario generale del Comitato centrale di Fatah voleva avanzare verso l’unità nazionale, condividendo il potere con Hamas, per fronteggiare il piano di pace proposto da Donald Trump. L’idea di nuove elezioni si è fatta spazio poco a poco.

Nel febbraio 2021 si è tenuta una riunione delle fazioni palestinesi al Cairo, sotto la supervisione dei servizi segreti egiziani. In termini piuttosto vaghi, queste si sono impegnate a rispettare il processo elettorale. “I sue partiti si sono accordati e sono vicini a degli accordi. Accordi che non sono pubblici, ma basati sulla buona volontà. Le due fazioni (Hamas e Fatah) hanno liberato i rispettivi prigionieri. Sono ottimista: si procede ogni giorno, c’è un po’ di speranza”, commentava Omar Shaban, fondatore del think tank Palthink, di Gaza.

Avvio di un processo elettorale

Il primo voto sarà quello delle elezioni legislative per formare il Consiglio Legislativo Palestinese, forte di 132 membri. Il quadro elettorale si basa su un decreto legge del 2 settembre 2007, rivisto nel febbraio 2021 dal presidente Abbas, che mette fine al sistema misto delle liste e degli indipendenti e lo sostituisce con un sistema proporzionale a un turno, che dovrebbe favorire le coalizioni, dal momento che nessun partito sembra in grado di governare da solo. Ogni lista dovrà includere almeno 3 donne tra i primi 12 membri. La soglia della rappresentatività è molto bassa: l’1,5%. Una quota di 7 seggi è riservata alla comunità cristiana. L’insieme del territorio palestinese è considerato come una circoscrizione unica. Come ha spiegato Nabil Shaath, consigliere di Abbas, i palestinesi di Gerusalemme Est voteranno, come nel 2006, negli uffici postali israeliani: “Resta da vedere se gli israeliani glielo lasceranno fare”, commenta una fonte diplomatica europea.

I diversi punti di disaccordo sono stati risolti uno dopo l’altro. Fatah e Hamas si sono accordati al Cairo alla fine di febbraio 2021 sulla composizione di una Corte elettorale composta da 9 membri, presieduta da Iman Nasser Al-Din, giudice della Corte Suprema palestinese. L’organo avrà come missione quella di esaminare “gli appelli che verranno presentati per l’annullamento o la modifica delle decisioni prese dalla Commissione elettorale centrale, e i ricorsi saranno suscettibili di essere discussi davanti al tribunale”. Una volta eletto il Consiglio Legislativo, i rappresentanti integreranno il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), ovvero il parlamento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che conta 747 membri.

Iscrizioni in massa

Questi sviluppi sono stati seguiti da vicino dai cittadini palestinesi, che si sono registrati in massa per andare a votare: il 93% del corpo elettorale, pari a 2,6 milioni di persone. La metà di loro voterà per la prima volta. Secondo Inès Abdel-Razek, del Palestine Institute for Public Diplomacy, il clima politico è molto animato: “Sono oltre 15 anni che non si tengono elezioni. Un’intera generazione è politicamente orfana e non ha mai conosciuto leadership capaci di proporre un progetto nazionale realistico. Molti giovani ignorano la storia dell’OLP e non hanno potuto avere un’educazione civica e politica. La politica si fa con la quotidianità dell’occupazione. I traumi della seconda intifada restano presenti. La priorità per molti è di trovare un lavoro, e impegnarsi politicamente comporta molti rischi”.

Akram Sattari, analista politico vicino ad Hamas e basato a Gaza, vuole vedere un rinnovamento: “Fatah e Hamas si stanno preparando. Le fazioni vogliono ritrovare la fiducia del loro pubblico, ma anche della comunità internazionale. Hamas ha integrato dei giovani nelle sue liste. A Gaza ci sono grandi speranze. Vediamo in queste elezioni la via per uscire finalmente dall’assedio”.

Anche in questo caso, bisognerà vedere che margine di manovra lascerà l’occupante israeliano, soprattutto per i militanti di Hamas, considerata come un’organizzazione terrorista da Israele. L’esercito applica una sorveglianza draconiana su tutte le attività politiche palestinesi anche in Cisgiordania, in particolare attraverso l’ordine militare n.1651, che prevede fino a 10 anni di reclusione per chiunque “tenti, oralmente o con altri mezzi, di influenzare l’opinione pubblica nell’area (la Cisgiordania) in un modo che possa minacciare la pace o l’ordine pubblico”. Una prima ondata di arresti dei leader di Hamas c’è già stata in febbraio. Altri 3 sono stati arrestati il 26 marzo a Hebron.

Hamas è la favorita

La data prevista per il deposito delle liste elettorali – il 31 marzo – ha visto la registrazione di 36 liste che sono state tutte validate dal tribunale elettorale lo scorso 6 aprile. Hamas sembra già in posizione di forza, eppure non vuole vincere. “Sotto pressione a livello locale, regionale e interazionale, il partito islamista vuole riunirsi all’Autorità Palestinese, entrare nell’OLP e non governare più da solo a Gaza. I moderati vogliono un impegno con l’Europa e gli Stati Uniti. Sarà interessante vedere come Hamas utilizzerà le fratture interne a Fatah. Dice di voler entrare a far parte del governo, potrebbe giocare un ruolo centrale”, spiega Hugh Lovatt, specialista di Palestina al Consiglio Europeo delle Relazioni estere, basato a Londra.

Come arrivarci? Entrando nel gioco senza guadagnare. Per Akram Sattari gli obiettivi sono chiari: “Hamas vuole occupare un terzo dei seggi del Consiglio Legislativo. Non aspira ad essere maggioritario ma a formare un blocco unico che gli permetta di rappresentare una forza d’opposizione”. Il movimento si è inoltre impegnato a non presentare candidati per le elezioni presidenziali, previste per il 31 luglio.

Il partito islamista ha organizzato a febbraio le sue elezioni interne, che si svolgono ogni quattro anni. Si è assistito a una relativa apertura: per concorrere a questa tornata era sufficiente essere stati membri di Hamas per 15 anni, e non più aver ricoperto un ruolo di alto quadro, come fu durante il voto del 2017. “Un’esperienza riuscita”, confida una fonte interna al partito. “I responsabili del movimento ne sono felici. Questo ci rafforza per le prossime elezioni, soprattutto quando vediamo una Fatah in cui Mahmoud Abbas accentra tutte le posizioni di potere”.

Questa apertura non ha tuttavia comportato un rinnovamento dei quadri del partito. In seguito a uno scrutinio serrato, Yahya Sinwar è stato riconfermato dirigente del movimento a Gaza. Hamas ha quindi presentato la sua lista per il Consiglio Legislativo: “Gerusalemme è la nostra promessa”. Il suo numero uno, Khalil Al-Haya, ha giocato un ruolo chiave nei negoziati per il cessate-il-fuoco con Israele durante la guerra di Gaza del 2014. La sua posizione sulla lista ne fa un potenziale presidente per l’Assemblea.

Per Fatah un’equazione a tre incognite

La morsa del presidente dell’Autorità Palestinese (AP) sulle istituzioni non ha impedito a Fatah, che ne è a capo, di essere attraversata da numerose divisioni. Emergono diverse linee: la prima è legittimista, e prepara la successione di Abbas senza opporvisi frontalmente. È il caso della corrente di Jibril Rajoub, Hussain Al-Sheikh, ministro degli affari civili, e Majid Faraj, capo dei servizi di informazione. Fatah ha depositato la sua lista all’ultimo momento, il 31 marzo alle 23.00. Jibril Rajoub è in quarta posizione.

Il partito al potere dovrà affrontare poi due liste dissidenti. Quella della “Libertà”, con Marwan Barghouti alla guida. Il 61enne è attualmente detenuto in un carcere israeliano. Si oppone da tempo a Mahmoud Abbas, e ha rifiutato il posto di vice-presidente per non legittimarne la posizione. Attivo durante la prima intifada e protagonista della seconda, ex segretario generale di Fatah in Cisgiordania, Barghouti è stato arrestato dalle autorità israeliane nel 2022 e condannato a 5 ergastoli con l’accusa di sostegno al terrorismo. È molto popolare presso la popolazione palestinese: i sondaggi indicano che alle presidenziali avrebbe battuto Mahmoud Abbas o Ismail Haniyeh, leader di Hamas.

Ma è sua moglie, Fadwa Barghouti, che lo rappresenterà, dal momento che il suo nome non compare nella lista elettorale depositata al tribunale elettorale. Fadwa Barghouti fa squadra con Nasser Al-Qidwa, che porta i finanziamenti necessari. Si tratta di un vecchio membro del comitato centrale di Fatah, ex rappresentante dell’OLP alle Nazioni Unite. “Una persona che dispone di una certa fama all’estero, e presso la diaspora palestinese. Non ha un ruolo popolare, ma una caratura internazionale, ed è il nipote di Yasser Arafat”, commenta Inès Abdel Razek. Per aver presentato una lista concorrente è stato escluso dal comitato centrale del partito l’11 marzo scorso.

Altra incognita dell’equazione è Mohamed Dahlan, 59 anni, originario di Khan Younes nella Striscia di Gaza. Ha presentato la lista “Il Futuro”, e conserva legami forti nel feudo dal quale è stato espulso come membro di Fatah, nel 2006. È lui che, sostenuto dagli statunitensi, ha condotto la repressione contro Hamas a Gaza prima di esserne cacciato. È stato poi cacciato da Fatah per decisione di Abbas nel 2011. In esilio ad Abu Dhabi, e divenuto consigliere di Mohamed Ben Zayed, l’uomo forte degli Emirati Arabi, e ha in parte orchestrato la normalizzazione delle relazioni fra i paesi del Golfo e Israele. Attraverso dei prestanome vuole presentarsi come alternativa in seno a Fatah, posizionando le sue pedine nel suo feudo di Khan Younes. È il caso di Rachid Abou Shabak, uno dei luogotenenti di Dahlan, rientrato il 15 marzo dal valico di Rafah. È stato l’ex capo del servizio più temuto dall’AP, la sicurezza preventiva, che ha guidato le accuse contro Hamas prima di fuggire precipitosamente nel 2007, quando il partito islamista ha preso il controllo della Striscia di Gaza.

Mohammed Dahlan ha il sostegno degli Emirati. Ha lanciato la sua campagna elettorale facendo consegnare decine di migliaia di vaccini contro il Covid-19 nella Striscia di Gaza, e ha investito i social con bots (messaggi automatici generati da robot) e pubblicità. Poco popolare al di fuori del suo feudo, è spesso visto come un traditore: essendo condannato in contumacia per corruzione e ricercato per omicidio dall’AP, non può essere lui a condurre la battaglia. Hamas lo lascia agire indisturbato per contrastare la mozione di Fatah legata ad Abbas.

Elezioni bloccate

Nonostante il clima incandescente e una campagna elettorale che si annuncia movimentata, non bisogna aspettarsi un rinnovamento democratico da queste elezioni. “Non ci dovranno essere sorprese. Abbas segue il processo molto da vicino e può fermarlo in qualsiasi momento. Un’elezione nella quale Hamas potrebbe vincere non avrebbe luogo”, valuta una fonte diplomatica. Il voto, almeno quello per il Consiglio Legislativo, sembrerebbe dunque bloccato a due livelli, istituzionale e politico.

La legge elettorale limita fortemente l’espressione democratica: è necessario avere almeno 28 anni per candidarsi e depositare una garanzia di 10.000 dollari (circa 8.500 euro) alla Commissione elettorale. Inoltre, gli impiegati di istituzioni pubbliche, come i professori universitari, o il personale di organizzazioni internazionali o non-governative, devono dimettersi prima di presentarsi. “È per scoraggiare candidature provenienti dalla società civile”, spiega una fonte diplomatica.

Queste elezioni inoltre si svolgono in un clima ogni giorno più autoritario. Il potere giudiziario è sotto sorveglianza, così come i media. Un decreto legge pubblicato il 2 marzo dal presidente Abbas spaventa il settore associativo: obbliga infatti le organizzazioni non a scopo di lucro a rendere noti i loro obiettivi annuali, formulazione volutamente vaga che rischia di porre nell’incertezza giuridica un settore già sorvegliato da vicino. I palestinesi voteranno inoltre per un’entità dall’autonomia estremamente ridotta: “Le elezioni legislative dovrebbero rinnovare un’amministrazione colonizzata. L’OLP è stata fagocitata dall’AP, che è mantenuta sotto stretto controllo dall’occupante”, commenta un analista palestinese.

Sul piano politico, l’intesa raggiunta tra i due vecchi nemici, divenuti avversari, permette lo svolgersi di queste elezioni ma ne limita la portata. L’idea un tempo accarezzata di una lista comune è stata rigettata. Ci si può domandare se questa tornata elettorale miri quindi a rivitalizzare una democrazia congelata, o a bloccare il potere attraverso la cooptazione delle elite. La pace tra le fazioni sarà siglata sulle spalle dei palestinesi? “I principali partiti si mantengono grazie ad un modello clientelare e basato sulla corruzione – soldi, favori, protezione. Comprano il sostegno delle persone attraverso i giovani, che sia nei campi per rifugiati o nelle università. Si aderisce ad Hamas o a Fatah per assicurarsi un minimo di futuro o semplicemente per tradizione politica familiare”, spiega Inès Abdel Razek.

Qualche elemento positivo può essere comunque mantenuto: le elezioni legislative ridaranno vigore ad istituzioni profondamente trascurate, e offriranno un potenziale successore a Mahmoud Abbas. Il presidente del Consiglio Legislativo dovrà assicurare l’interim in caso di mancanza di una presidenza dell’AP. Questa elezione generale può far saltare alcune barriere, come l’entrata di Hamas nell’OLP: “Mahmoud Abbas ha bloccato sinora l’integrazione di Hamas nell’Organizzazione. Ha chiesto al partito islamista di conformarsi agli impegni presi dall’Organizzazione, compresi quelli con Israele. In altri termini, riconoscere Israele sembra il requisito necessario se Hamas vuole sperare di entrare a far parte dell’OLP”, spiega François Ceccaldi, autore di una tesi sull’Organizzazione e specialista di Palestina.

Questo sarebbe il risultato di un lungo percorso: Hamas aveva già riconosciuto implicitamente gli accordi di Oslo partecipando alle elezioni del 2006, e anche l’esistenza di Israele nel 2017, accettando l’idea di uno Stato palestinese limitato ai confini del 1967 (Articolo 20 della nuova Carta di Hamas). Il movimento farà dunque il grande passo?

“La nostra speranza è di avere un partner palestinese credibile”, commenta una fonte diplomatica occidentale a Gerusalemme. Tutto dipende dalla capacità di Hamas di gestire le proprie ambizioni, e da quella di Fatah di contenere le sue divisioni. La leadership palestinese si trova su una stretta linea di confine: se chiude il gioco le elezioni non saranno legittime. Se lo apre troppo, saranno impossibili. Quale che sia il destino di queste elezioni, i cittadini palestinesi voteranno per un’amministrazione colonizzata, posta sotto uno stretto controllo da parte delle autorità israeliane. Ma almeno, in Palestina, si torna a parlare di politica.

1Creato nel 2002, il Quartetto è composto dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dalla Russia. Il suo “inviato speciale” è Tony Blair.