Storia

Israele e la Nakba. Dal riconoscimento alla negazione

Israele ha appena celebrato il suo settantatreesimo anniversario dalla nascita. Per i palestinesi, esso rappresenta la Nakba, la catastrofe che li ha colpiti e costretti all’esilio. Se la Nakba, durante i primi anni del nascente Stato, è stata riconosciuta da molti leader e intellettuali israeliani, col tempo è stata ufficialmente contestata, mentre aumentavano le prove delle atrocità commesse dall’esercito israeliano dal 1947 al 1949 e della pulizia etnica di cui furono vittime i palestinesi.

Rovine del villaggio palestinese di Lifta, nei pressi di Gerusalemme, svuotato nel 1948 dei suoi abitanti, ai quali non è mai stato permesso di farvi ritorno.

Per quanto possa sembrare sorprendente, i primi ad utilizzare il termine «Nakba» a proposito del disastro palestinese sono stati i militari israeliani. Nel luglio del 1948, le Forze di difesa israeliane inviano un volantino agli abitanti arabi di al-Tira (presso Haifa) che stanno resistendo all’occupazione. In un eccellente arabo, vengono esortati ad arrendersi con queste parole: «Se volete sfuggire alla Nakba, evitare il disastro e un inevitabile sterminio, arrendetevi».

Nell’agosto del 1948, l’intellettuale siriano Constantin Zureyq pubblica il saggio The Meaning of the Disaster,1 in cui scrive che «la sconfitta degli arabi in Palestina non è semplicemente una battuta d’arresto o un’atrocità temporanea. È una ’Nakba’ nel vero senso della parola». Per lui, quindi, la Nakba riguarda tutto il mondo arabo e non può essere ridotta ai soli palestinesi. Il 19 novembre del 1948, Nathan Alterman pubblica sul quotidiano Davar la poesia «Al-zot» («A questo proposito») e David Ben Gurion ordina che sia distribuito a tutti i soldati. La poesia descrive il massacro di palestinesi indifesi, forse con riferimento ai crimini di guerra commessi a Lod (Lydda). Una critica della vicenda che, secondo Hannan Hever e Yitzak Laor, non è così chiara come potrebbe sembrare a prima vista. Malgrado abbiano ragione e i versi terminino con un appello molto chiaro: «Non abbiate paura» e «Non lo raccontate a Gath...»,2 la poesia racconta episodi che, se resi noti oggi, provocherebbero un enorme clamore nell’opinione pubblica israeliana e tra i suoi leader, come dimostrano le proteste provocate, ad esempio, dopo le rivelazioni dell’ONG Breaking the silencenel 2016.

Nel 1948, S. Yizhar,3 uno dei maggiori autori israeliani, scrive il libro Hashavuy («il prigioniero») in cui descrive il comportamento crudele dei soldati israeliani nei confronti dei palestinesi sconfitti. Molti dei suoi libri apparsi in quegli anni, in particolare Yemey Ziklag («I giorni di Ziklag») e Khirbet Khizeh riportano apertamente le atrocità perpetrate dai soldati durante la Nakba. Khirbet Khizeh compare persino nei programmi ufficiali del Ministero dell’Istruzione e viene letto da migliaia di studenti.

L’«ingenuità» delle prime rappresentazioni

Alla fine degli anni 1940, ogni volta che c’è un riferimento alla Nakba prevale una sorta d’ingenuità. Sebbene il termine non venga menzionato, gli avvenimenti, comprese le atrocità perpetrate dai soldati sionisti contro i palestinesi, sono descritti con semplicità, quasi in maniera scontata, senza filtro narrativo o sublimazione. Il primo libro sulla «conquista di Giaffa», nel 1951, fu intitolato proprio così in ebraico dall’autore Haïm Lazar. Anni dopo, la parola «conquista» viene sostituita da «liberazione»; Lazar usa anche il termine «pulizia» per descrivere ciò che le milizie sioniste hanno fatto a Giaffa. Quando lo studioso di scienze politiche Meron Benvenisti e lo storico Ilan Pappe useranno lo stesso termine, questo verrà interpretato come una vera e propria provocazione.

I palestinesi diventati cittadini israeliani sono ancora sotto shock e traumatizzati, subiscono un governo militare che non li autorizza ad alcuna forma di protesta. I rifugiati palestinesi attendono giustizia, oltre al sostegno delle nazioni arabe e della comunità internazionale, ma non arriverà alcun aiuto significativo.

Nel 1951, la Corte suprema emana un famoso decreto che stabilisce che i residenti di Iqrit e Bir’im cacciati dai loro villaggi possono farvi ritorno, come era stato promesso il giorno in cui erano stati espulsi. E l’anno dopo, la Corte suprema accoglie il ricorso dei residenti di Jalarre che chiedono di ritornare. Ma i membri del kibbutz Lehavot Haviva, insediati sui terreni del villaggio, fanno saltare in aria le case con degli esplosivi. In questi quattro casi, il rientro dei profughi è stato impedito dall’esercito, le cui decisioni hanno prevalso su quelle della giustizia. Da allora, non è stata presa più alcuna sentenza simile.

"Un disastro secondo il loro punto di vista

Man mano che gli eventi diventano sempre più lontani nella storia e la nuova nazione s’attiva intensamente per costruire sé stessa, sistemando i nuovi arrivati e impedendo il ritorno dei profughi palestinesi, l’approccio ingenuo alla Nakba viene apertamente accantonato. Un cambiamento che si può individuare chiaramente quando i profughi che cercano di rientrare diventano improvvisamente «infiltrati» (mistanenim). Non sono più nativi che sono stati espulsi e che stanno cercando di tornare a casa, ma diventano appunto per questo stranieri, illegali ed abusivi. Un vero e proprio abisso separa un «rifugiato» da un «infiltrato». Il primo è sradicato, è una vittima, è stato sconfitto ed è traumatizzato. Il secondo non è del posto, vuole farci del male, è un ladro, sta attraversando un confine geografico. In seguito, l’infiltrato palestinese è diventato un fedayin, completando così l’intera trasformazione di un rifugiato che è diventato immigrato illegale in un terrorista.

La copertura mediatica dei romanzi che raccontano apertamente quanto accaduto nel 1948 costringe il governo a creare una metanarrazione che giustifichi le atrocità commesse dai «nostri ragazzi». Si fa sempre più difficile quindi per il nuovo Stato continuare a descrivere il danno arrecato dagli israeliani ai palestinesi senza la mediazione di un pensiero che difenda «la nostra parte». La Nakba diventa «un disastro dal loro punto di vista» (quello dei palestinesi) ed è così che si creano due storie: la nostra e la loro. La Nakba diventa parte integrante del dibattito che cerca di giustificare la formazione dello Stato di Israele dopo il genocidio degli ebrei d’Europa. Appare allora il primo utilizzo della teoria della «non scelta» nella storia dello Stato: non avevamo altra scelta che fare quello che abbiamo fatto nel 1948. E, in correlazione con questa «non scelta», quella della «purezza delle armi» (tohar ha neshek) secondo cui, nel 1948, i nostri soldati non hanno commesso atrocità, e che, se anche ne avessero commesse, non si tratterebbe altro che di eccezioni.

1967: priorità all’occupazione

La pressione esercitata in Israele da Moshe Dayan e da altri per un «secondo round» dà inizio alla guerra del 1967 che rappresenterà la più grande espansione territoriale del progetto sionista in Medio Oriente, consegnando ad Israele un territorio quattro volte più grande di quello che possedeva prima della guerra. Vengono conquistate la Cisgiordania e Gaza, le alture del Golan e la penisola del Sinai. In Cisgiordania e Gaza, i palestinesi ora vivono sotto un governo militare e il numero dei rifugiati è aumentato di un quarto di milione e, per di più, per alcuni è la seconda volta dal 1948. In Israele, il boom economico, l’euforia e l’arroganza che seguono alla grande vittoria militare sugli eserciti arabi in sei giorni, fanno nascere una disputa sull’opportunità di controllare i territori occupati e di restare lì. In realtà, a questo punto si può affermare che questo dibattito non è mai stato vero e che non c’era alcuna possibilità che venisse presa la decisione di un ritiro dai territori occupati della Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Ma, a quel tempo, il dibattito tra i fautori del mantenimento dello status quo e i loro avversari era reale e aveva ancora un senso.

Con la vasta espansione coloniale, la Nakba è completamente scomparsa in Israele. Con le nuove conquiste, sono state cancellate dalla memoria collettiva l’occupazione e le espulsioni del 1948. «L’occupazione» diventa un concetto associato esclusivamente all’espansione del 1967, ed è questa la visione che la sinistra israeliana, nella sua quasi totalità, adotta ancora oggi. La sinistra sionista continua a parlare di 54 anni d’occupazione, quando se ne dovrebbero aggiungere quasi 20 per rendere giustizia alla storia. L’espansione militare e la colonizzazione della Cisgiordania, iniziata negli anni 1970, hanno creato nuovi conflitti che hanno rimosso la Nakba dalla coscienza israeliana.

Verso la fine degli anni 1980, lo storico Benny Morris ha coniato un nuovo termine, quello di «Nuovi storici», per definire coloro che, insieme a lui, hanno ampiamente rivisitato la storiografia israeliana del 1948. Il suo lavoro intitolato The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited (edito da Cambridge University Press nel 1988) rappresenta un importante punto di svolta nella messa in discussione della narrazione israeliana. In sintesi, per Morris, non c’era altra scelta che creare uno Stato ebraico nel 1948, un prezzo inevitabile che i palestinesi dovevano pagare e che, in effetti, sono state commesse atrocità immorali da parte delle forze sioniste.

I contributi o le «revisioni» dei nuovi storici hanno innescato un acceso dibattito nel mondo accademico israeliano (e in tutto il mondo), accompagnato non solo da aspre critiche, ma anche dall’incoraggiamento a portare avanti le loro ricerche.

Dagli accordi di Oslo alla seconda Intifada

Gli accordi di Oslo rappresentano un duro colpo per i profughi palestinesi. L’accordo di pace firmato da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat prevede la costituzione di due Stati lungo la «Linea verde». Le discussioni su una soluzione al problema dei profughi sono rinviate ad una fase successiva. Sono termini che ovviamente i rifugiati considerano inaccettabili e, per tutta risposta, vengono create numerose organizzazioni. Badila Betlemme e l’Associazione per la difesa dei diritti degli sfollati interni (Adrid) in Israele ne sono gli esempi principali. Adrid politicizzerà la questione degli sfollati palestinesi in Israele.

Nel 1997, Adrid organizza la prima «Marcia del Ritorno» nel Giorno dell’anniversario dell’indipendenza di Israele. Un evento che è diventato una tradizione, oltre ad essere il riconoscimento più importante e più visibile della Nakba in Israele. Ogni anno, in quel giorno migliaia di cittadini palestinesi d’Israele sfilano in gran numero, sventolando bandiere palestinesi e rivendicando il loro diritto al ritorno. Ogni anno, la manifestazione si tiene in uno dei tanti villaggi distrutti da Israele nel 1948. Sotto il governo militare, il Giorno dell’indipendenza era l’unica occasione in cui i palestinesi potevano muoversi liberamente senza dover richiedere un lasciapassare al governatore militare. La Marcia diventa ogni anno più grande ed è sempre più difficile per i media israeliani ignorarla. Nell’opinione della maggior parte della popolazione israeliana, la Nakba è una catastrofe palestinese, una narrazione palestinese, una storia palestinese. Da parte nostra, noi israeliani abbiamo il Giorno dell’indipendenza. Anche all’interno della maggior parte dell’odierna sinistra israeliana, la Nakba è considerata un disastro solo per un quinto della popolazione israeliana.

Nell’ottobre del 2000 scoppia la Seconda intifada: i rapporti tra ebrei ed arabi in Israele peggiorano ulteriormente. La maggior parte degli ebrei israeliani (compresa la sinistra israeliana) adotta però la versione ufficiale dei fatti: sparare su quei manifestanti è stata una necessità assoluta, perché la vita delle forze dell’ordine era in pericolo. Le smentite palestinesi sulle minacce di mettere in pericolo la vita delle forze dell’ordine, così come l’indagine ufficiale svolta dalla commissione governativa Or,4 che, tre anni dopo, concluderà che in nessun caso la vita delle forze dell’ordine era stata messa in pericolo, non basteranno però a cambiare il sentimento generale.

Sullo sfondo degli eventi, migliaia di ebrei israeliani capiscono qual è l’essenza stessa dello «Stato ebraico»: gli arabi, per definizione, non possono esserne cittadini a pieno titolo. Sono gli stessi ebrei a prendere dunque le distanze dall’ideologia sionista che gli è stata inculcata fin dall’infanzia. Da allora, un certo numero di cittadini israeliani ha dichiarato pubblicamente e in maniera palese di non essere sionista o antisionista. Per la prima volta, è stata creata un’ONG per rimettere in discussione le fondamenta stesse dello Stato d’Israele, con l’obiettivo di sensibilizzare e educare, in lingua ebraica, la società civile israeliana.Zochrot («Ricordano») cerca quindi di far conoscere la Nakba al pubblico ebreo israeliano e sostiene il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. È la prima organizzazione fondata da israeliani provenienti dai ceti più privilegiati, simboli di questa società: sono degli ex kibbutzim e militari, che mettono profondamente in discussione la loro identità. Zochrot ha cambiato l’opinione sulla Nakba in Israele. La sua efficacia è stata riconosciuta anche dai suoi detrattori.

Una ferita sempre aperta

Quando il dibattito sulla Nakba sta per sfuggire al controllo, il governo decide di dotarsi di un arsenale legale per affrontare la situazione. La prima versione di quella che viene comunemente chiamata “la legge Nakba” è così draconiana che anche gli stessi membri del partito che la promuovono, come Benny Begin, si uniscono alla protesta. Nel marzo del 2011, la legge viene approvata in una versione più edulcorata, ma il suo obiettivo dichiarato è quello di impedire che la Nakba venga studiata e riconosciuta in Israele. Le ONG che ricevono sovvenzioni governative subiscono la minaccia di vedersele diminuire, se commemoreranno la Nakba nel Giorno dell’indipendenza. I docenti temono che la loro carriera possa essere compromessa se parteciperanno a manifestazioni, ad iniziative o addirittura se menzionano la Nakba.

Contemporaneamente, in accordo con questi sforzi legislativi, l’organizzazione Im Tirtzu lancia una campagna per rilanciare la completa negazione della Nakba in Israele. L’organizzazione redige e distribuisce un opuscolo dal titolo «Nakba Kharta» («La Nakba è una sciocchezza») ricostruendo tutti gli argomenti israeliani relativi alle «menzogne» della Nakba: è il risultato di una guerra durante la quale tutti gli arabi volevano cacciarci nel 1948 ed è questo il motivo per cui è normale che ne paghino le conseguenze. La legge e questa campagna offrono dunque l’occasione per puntare i riflettori sulla questione della Nakba. Nei media, ora la parola Nakba è comunemente usata in ebraico. I politici, ma non solo loro, la utilizzano per descrivere diversi disastri o situazioni conflittuali.

Oggi, il termine mostra chiaramente la polarizzazione della società israeliana e dei suoi dibattiti. Nella sinistra non sionista è pienamente riconosciuta la centralità della Nakba nella costruzione del conflitto e nella sua possibile soluzione. Inoltre, ora sono disponibili le informazioni sulla Nakba, liberamente accessibili e sempre più numerose. D’altro canto, è in corso una battaglia da parte del governo israeliano per fare in modo che se ne parli il meno possibile. Paradossalmente, ogni tentativo di soffocare la Nakba la rende un tema scottante che esige una risposta. Una ferita aperta che continua a sanguinare.

1Maʿnā al-Nakba (Il significato della catastrofe), Dar al-’llm Lil-malayeen, 1948, tradotto in inglese dall’autore.

2La città di Gath, Gat o Geth (in ebraico «torchio») è una delle cinque città-stato dei Filistei stabilitisi a partire dal XII secolo a.C.

3Pseudonimo di Yizhar Smilansky [N.d.R.

4La commissione d’inchiesta sugli scontri tra le forze di sicurezza e i cittadini israeliani nell’ottobre 2000, o «Commissione Or» – dal nome dell’ispettore capo Theodor Or, giudice della Corte suprema – è stata una commissione d’inchiesta incaricata dal governo israeliano per indagare sui fatti dell’ottobre 2000, all’inizio della Seconda intifada [N.d.R.