Diario da Gaza 71

“Siamo come arabe fenici, risorgeremo dalle ceneri di Gaza”

Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Rifugiatisi a Rafah, Rami e la sua famiglia sono stati costretti a un nuovo esilio interno, bloccati come tante famiglie in questa enclave miserabile e sovraffollata. Il 12 ottobre 2024, Rami ha ricevuto, per il suo Diario da Gaza, tre riconoscimenti al premio Bayeux per i corrispondenti di guerra. Questo spazio gli è dedicato dal 28 febbraio 2024.

L'immagine ritrae un uomo che cammina in un'area distrutta, circondato da macerie e detriti. Indossa un abbigliamento scuro e porta con sé un secchio e un giocattolo per bambini, un veicolo colorato. L'atmosfera è di desolazione, evidenziata dai resti di edifici in secondo piano. L'uomo appare concentrato mentre avanza nella scena.
Rafah, 19 gennaio 2025. Uno sfollato palestinese con un triciclo cammina in mezzo alla devastazione mentre torna al centro di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco
Bashar TALEB / AFP

Domenica 19 gennaio 2025.

Finalmente, un cessate il fuoco. Dopo 471 giorni di massacri, stragi, israelerie, genocidio, “Gazacidio”. I tre giorni tra l’annuncio congiunto di Stati Uniti e Qatar e l’effettiva cessazione dei combattimenti sono stati molto difficili tra fervida attesa, speranza e paura che l’accordo potesse saltare. Era chiaro che Trump aveva fatto pressioni su Netanyahu e Hamas, com’era altrettanto chiaro che non tutti i dettagli erano stati definiti il giorno dell’annuncio. Da numerose fughe di notizie correva voce che il deal era fallito o che ci sarebbe stato un rinvio del cessate il fuoco. La situazione era molto tesa per la paura e l’ansia, mentre i bombardamenti non cessavano, anzi, si intensificavano.

Tra l’annuncio della tregua e la sua entrata in vigore, prevista per questa mattina alle 8.30 ora di Gaza, ci sono stati più di cento morti. All’ora stabilita, Netanyahu ha comunicato che c’era stato un ritardo di Hamas nel fornire la lista degli ostaggi che sarebbero stati rilasciati e, pertanto, il cessate il fuoco sarebbe stato rinviato. Ci sono stati nuovi raid aerei, in cui hanno perso la vita un’altra ventina di morti, in tutta la Striscia di Gaza: a Rafah, a Gaza City, nel campo profughi di al-Bureij, fino a quando non sono cessati gli scontri alle 11.15 ora locale. È ben noto come opera l’esercito di occupazione israeliano: negli ultimi minuti, le uccisioni si fanno più intense e la vendetta diventa più feroce.

Alla fine, il cessate il fuoco è arrivato. C’era un clima di gioia per essere usciti vivi da questo genocidio, ma era una gioia velata dalla tristezza. Ognuno di noi porta dentro la propria storia di sofferenza, vissuta per quasi quindici mesi. Tutti abbiamo perso dei parenti, degli amici, le nostre case. Quando si è saputo che non ci sarebbero stati più bombardamenti, è stato un sollievo, anche se era chiaro che non era finita e che era arrivato il momento di valutare l’entità del disastro.

“Come se ci fosse stato un terremoto che non ha risparmiato nulla”

Gli abitanti di Rafah, la città del sud al confine con l’Egitto, sono stati i primi a lasciare Deir al-Balah e al-Mawasi, dove vivono stipati la maggior parte degli sfollati, per andare a constatare i danni. Di Rafah, occupata da maggio, non si avevano più notizie. Tutti volevano andare a vedere se le loro case erano ancora in piedi, se i loro amici e parenti erano ancora vivi, ma anche per cercare di ritrovare chi che era ancora sepolto sotto le macerie o morto per strada, per seppellirli dignitosamente. Il 19 gennaio, dalle 11.30 fino alle 17 circa, sono stati recuperati una ventina di corpi senza vita.

Ho chiamato il nostro amico Hani, nostro vicino quando eravamo a Rafah, prima di spostarci di nuovo per piantare la nostra tenda a Deir al-Balah. Anche lui si era rifugiato qui. Fa parte di quelli che sono andati ad esplorare la situazione a Rafah. La sua casa si trovava nel quartiere di Tal El Sultan, vicino al confine egiziano. Al telefono mi ha detto: “Sono venuto da solo. Non voglio ancora portare la mia famiglia. Voglio prima vedere se la mia casa è nella zona militare proibita. Non sappiamo esattamente dove verrà rischierato l’esercito o fino a dove arriverà la zona cuscinetto che stanno creando gli israeliani”. Soprattutto perchè il “corridoio di Filadelfia”, la linea di demarcazione tra Gaza e l’Egitto, è ancora occupata.

Hani ha ritrovato la sua casa: “Non è agibile. Il secondo e il terzo piano sono stati completamente distrutti”. Il suo appartamento è stato colpito da un proiettile di carro armato, c’è un grande buco e non ci sono più finestre. Malgrado ciò, Hani sta pensando di tornare con tutta la sua famiglia: “Possiamo tornare a vivere qui tutti quanti, ma devo aspettare ancora un po’. I bombardamenti sono davvero finiti? Ci saranno altre sparatorie?”. Ma la cosa più importante per Hani è ritrovare sua sorella Rania. Quando a Rafah ci sono stati i raid israeliani, Rania non ha avuto il tempo di scappare... è morta, insieme al marito, quando la sua casa è stata bombardata. Il suo corpo giace ancora sotto le macerie. Per fortuna, avevano prima evacuato i loro tre figli. Purtroppo, al momento in cui scrivo, Hani non ha ancora rintracciato Rania, perché non riesce a trovare la casa di sua sorella. Quando gli israeliani bombardano un quartiere, subito dopo inviano dei bulldozer per radere al suolo tutta la zona, accumulando le macerie in uno stesso posto. Così non si riesce più a distinguere dove siano le varie case.

Una sorella che non può essere sepolta con dignità, degli orfani, una casa che non si trova più... Sono centinaia di migliaia gli abitanti di Gaza che stanno vivendo esperienze simili mentre fanno ritorno a casa, nella Striscia di Gaza. Degli amici che si trovano a Jabaliya, nella zona nord, mi hanno detto che tutto è stato raso al suolo. Non sanno più come orientarsi: non ci sono più strade. È come se ci fosse stato un terremoto che non risparmiato nulla. O, per meglio dire, una israeleria.

L’unica cosa che ci consola è il fatto che i prezzi si siano sensibilmente ridotti. Chi non mangiava frutta da mesi ora può comprarla. Chi speculava sull’economia di guerra ha smesso di farlo, abbassando i prezzi perché sa che avrà un’entrata regolare dagli aiuti umanitari. Gli speculatori ora vogliono solo svuotare i magazzini.

“E ora ritorneremo a casa”

Anch’io, ovviamente, mi sento sollevato. A Sabah ho detto: “Siamo ancora vivi”, mentre a Walid ho detto che saremmo tornati a Gaza, anche se non sa il perché. In realtà, mio figlio non sa cosa sia Gaza City. È per questo che gli ho detto che saremmo tornati a casa. Per nostra grande fortuna, il nostro edificio è uno dei pochi ancora in piedi. Lo so da amici che sono rimasti lì. Stanno ripulendo il nostro appartamento. Sabah ha mostrato a Walid i video che avevamo girato prima di lasciare la nostra torre in fretta e furia. Gli ha fatto vedere i suoi giocattoli, la sua moto, la sua macchinina, la sua betoniera giocattolo... Poi Walid mi ha detto: “Papà, andiamo a casa a prendere i giocattoli”. Ed io ho risposto:

Abbiamo fatto una gita, ma ora è finita. Abbiamo vissuto una bella esperienza in tenda. Abbiamo visto i fuochi d’artificio. Abbiamo visto aerei, paracadute, droni, uccelli, stelle cadenti. E ora ce ne torniamo a casa.

Era molto contento. Ha iniziato a battere le mani su una pentola cantando “Gaza! Gaza!”. Per lui, Gaza è la nostra casa. Sono i giocattoli, un letto, una vasca da bagno, una doccia, l’acqua calda. Era contento di tornare a casa. Gli ho detto che saremmo andati anche in Francia, a vedere la Torre Eiffel. Walid vuole assolutamente visitarla dopo averla vista su YouTube. Era contentissimo.

Ed io ero felice di essere riuscito a proteggere Walid fino alla fine. Però, tre giorni prima del cessate il fuoco, c’è stato un grande bombardamento molto vicino alla nostra tenda, che si è squarciata e così abbiamo dovuto spostarla. Walid non ha applaudito, come fa di solito, credendo, come gli ho insegnato, che si tratti di fuochi d’artificio. Intorno a noi, c’era una grande tensione, le donne piangevano e i bambini urlavano. Avevo paura che tutto il mondo che avevo creato intorno lui per quattordici mesi potesse crollare di colpo, all’ultimo momento. Il giorno dopo, ho parlato con Walid: “Non li hai visti i fuochi d’artificio ieri? Perché non hai applaudito?”. Mi ha risposto che li aveva visti, ma aveva visto anche delle donne piangere. Ed io: “Certo, piangevano ma perché non sapevano che erano fuochi d’artificio”. Ho visto che ci ha creduto. Grazie a Dio non è rimasto traumatizzato e così gli ho risparmiato la paura.

“Il cessate il fuoco è solo un sollievo”

Ognuno ha reagito, perciò, a modo suo a questo cessate il fuoco. La mia speranza è che tutti riescano a resistere. Spero che chi sta tornando a casa possa ritrovare i parenti scomparsi per seppellirli con dignità. Tutti questi morti sono sepolti nei cortili degli ospedali, nei parchi pubblici, perché era impossibile fare altrimenti... Ora possono dare ai loro cari una degna sepoltura. Ma non posso dire che Gaza stia curando le sue ferite, perché le ferite sono ancora lì, e non è possibile sanarle. Al contrario, sono sul punto di riaprirsi

C’è ancora molta gente che vive in strada. Ci sono ancora tanti morti sotto le macerie. Ci sono molti feriti gravi, bambini amputati, un gran numero di orfani. Il cessate il fuoco è solo un sollievo. Ma dopo la tregua, la vita sarà davvero durissima. Abbiamo vissuto un genocidio e la distruzione quasi totale della Striscia di Gaza. Il settantacinque per cento delle case di Gaza sono state bombardate, per cui il 75% della popolazione non ha più un tetto sopra la testa.

E, se possibile, bisognerà lasciarsi tutto questo alle spalle. Cominciare a ricostruire l’uomo, il bambino, la donna, e solo dopo ricostruire Gaza. Sono sicuro però che, grazie alla resilienza della popolazione di Gaza e alla sua volontà di restare qui, ci riusciremo. Siamo come delle arabe fenici, risorgeremo dalle ceneri di Gaza.