Diario da Gaza 35

“Un vortice che gira, gira e ci porta via”

Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Ora condivide un appartamento con due camere da letto con un’altra famiglia. Nel suo diario, racconta la sua vita quotidiana e quella degli abitanti di Gaza a Rafah, bloccati in questa enclave miserabile e sovraffollata. Questo spazio è dedicato a lui.

Rafah, 30 maggio 2024. Palestinesi in fuga con i loro effetti personali mentre sullo sfondo si alza del fumo, nella zona di Tal al-Sultan.
Eyad Baba/AFP

Sabato 1 giugno 2024.

Tutto è cominciato lunedì 24 maggio nel tardo pomeriggio. Girava voce che i carri armati fossero arrivati fino a una località chiamata Tal Zorob, quasi nel mezzo del “corridoio Filadelfia”1, purtroppo, a soli 500 metri da casa nostra. E poi li abbiamo visti. Erano dei piccoli carri armati robotizzati, che gli israeliani inviano prima di un raid per perlustrare il terreno, testare le difese e vedere se ci sono delle mine. Poco prima del tramonto, si è scatenato il panico perché la gente non sapeva se restare o partire. Inizialmente abbiamo deciso di restare, dicendoci: “Passeremo la notte qui, poi vedremo”. Gli israeliani dicevano che a Rafah avrebbero inviato volantini o messaggi vocali con l’ordine di evacuare questa o quella zona. Ma così non è stato. Siamo stati colti di sorpresa perché hanno attaccato a sud del quartiere di Tal el-Sultan, dove ero rifugiato con la mia famiglia.

Abbiamo passato una notte terribile tra colpi d’artiglieria e carri armati, bombardamenti di F-16 e soprattutto quadrirotori, piccoli droni spaventosi, perché sono come fantasmi che possono entrare nella tua stanza a tua insaputa. Abbiamo cominciato a pregare perché pensavamo che sarebbe stata la nostra ultima notte in quel monolocale e, per nostra sfortuna, è proprio quello che è successo. Gli israeliani hanno fatto ricorso alla stessa tecnica usata a Gaza City, dove eravamo stati costretti a lasciare il nostro appartamento all’inizio della guerra perché il quartiere era stato devastato. È stato come un terremoto. Spari dappertutto, il pavimento e gli edifici che tremavano. Poi hanno bombardato l’ospedale Indonesiano, che si trova proprio vicino a casa nostra, e dopo il palazzo vicino. Quando sono arrivati i carri armati, ci siamo chiesti se ne saremmo usciti vivi.

Walid ha applaudito tanto, come gli ho insegnato a fare quando cadono bombe e granate, per fargli credere che si tratta di un gioco. Mi sono messo a giocare e scherzare per farlo ridere in modo che non sentisse il pericolo. Poi ho cominciato a fare il pagliaccio, e per un po’ ha funzionato, tranne quando bombe e granate cadevano molto vicino a noi, con schegge di vetro e pietre che colpivano il palazzo, ancora più forti per noi che viviamo nel piccolo appartamento al piano terra.

Tenevo stretta la mano di Sabah perché anche lei aveva paura. Ho iniziato a fare battute, cercando di parlare d’altro, purtroppo senza grande successo. Mia moglie mi ripeteva:

Smettila, se non moriamo sotto i bombardamenti, moriremo lo stesso anche uscendo con le bandiere bianche. Sai bene che ci siamo già passati, e ricordi com’è andata a finire: abbiamo passato la stessa notte a Gaza City. E ricordi molto bene anche che due dei nostri vicini sono stati uccisi dai droni armati.

A Gaza, siamo usciti dal nostro appartamento sventolando bandiere bianche, ma lungo la strada siamo finiti lo stesso sotto il fuoco dei proiettili, scampandola per un pelo.

La paura è contagiosa, ma lo è anche il coraggio

A Rafah è stata una notte davvero orribile per tutti. I condomini sono scesi tutti al piano terra. Le donne, ma anche i bambini, hanno cominciato a piangere. Ho cercato di tenere un po’ da parte Walid e i bambini, in modo che non sentissero quei pianti, perché la paura è contagiosa, ma lo è anche il coraggio. Volevo infondere più coraggio che paura. E così ho chiuso la finestra che dà in fondo alle scale, dove si erano radunati tutti.

Abbiamo aspettato l’alba. E alla prima luce del mattino, prima ancora che sorgesse il sole, abbiamo sentito delle voci e dei passi. Per tutta la notte non abbiamo osato uscire, né aprire le finestre, o tantomeno guardare fuori, perché si sparava in ogni direzione, c’erano cecchini, droni e bombardamenti dappertutto. Così al mattino, verso le 5.30, ho aperto la porta e ho visto una marea di persone che fuggiva dal quartiere a piedi, solo con lo zaino in spalla. Noi almeno abbiamo la fortuna di avere una macchina. L’amico con cui condividiamo il piccolo appartamento al piano terra ne aveva due, e così ci ha lasciato quella di sua moglie.

Grazie alla macchina, siamo riusciti a portare con noi molte cose. Sapevamo benissimo che saremmo andati a vivere in una tenda. E così abbiamo potuto prendere dei materassi, una bombola a gas, due borse che avevamo preparato e qualche utensile da cucina. Abbiamo caricato tutto sull’utilitaria. Partire in macchina però è molto pericoloso, più pericoloso che farlo a piedi, perché si diventa facile bersaglio per carri armati e droni. Così ho chiesto alla gente che sfilava davanti casa dove fossero i soldati, i carri armati, i droni. Quando ho capito che erano più a sud, abbiamo cominciato a salutare tutti gli amici del quartiere, con cui abbiamo passato quasi 6 mesi insieme. Anche loro erano pronti a partire, ma volevano aspettare qualche ora per non correre il rischio di farlo troppo presto. Io, invece, ho preferito correre il rischio, e così siamo saliti in macchina.

Rami saluta i suoi amici e vicini del quartiere, prima di salire in macchina e lasciare Rafah con la sua famiglia.

Intorno a noi, un enorme campo profughi

Ho fatto un viaggio a zig-zag, tenendomi lontano dalle strade principali, pattugliate dai tank israeliani. A un certo punto siamo stati costretti a prendere la strada costiera verso Al-Mawasi e Deir el-Balah. In macchina, la tensione era alle stelle. Ho cominciato a cantare la canzone preferita di Walid, che recita: “Le ruote dell’autobus girano, girano”. Anche lui si è messo a cantare con me. E poi anche gli altri bambini si sono uniti a noi, e così sono riuscito ad alleviare stress e paura. Cantavamo per far finta che non ci fosse più pericolo, ma il mio cuore pregava in silenzio perché ne uscissimo vivi.

Una volta arrivati ad Al-Mawasi, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Eravamo fuori pericolo, finalmente al sicuro dalle incursioni di terra. Ma i bombardamenti non sono cessati, sia a Nuseirat che a Deir al-Balah, la meta finale del nostro viaggio. Siamo andati a casa di un mio amico, che ha un terreno dove aveva piantato la sua tenda da quasi 2 mesi, con due sue zie. Il terreno, che fiancheggia la strada costiera ed è a un centinaio di metri dalla spiaggia, è circondato da un muro con un cancello, perché il proprietario voleva costruire uno chalet. Intorno a noi c’è un enorme campo profughi che comincia dall’altra parte del muro, dove le famiglie hanno montato le loro tende di fortuna.

Lì ho montato la mia tenda Decathlon, di cui vi ho già parlato, quella che mi ha spedito un amico francese. Ma l’amico che ci ha accolto mi ha detto: “È troppo piccola, devi sistemarti per un bel po’, meglio andare a prenderne una tenda più grande”. Hassoun è molto più di un amico, è un fratello. A Gaza City eravamo anche vicini di casa. Abbiamo lavorato insieme durante varie guerre, nel 2012, 2014, 2019, 2021. I giornalisti con cui abbiamo collaborato conoscono bene sia lui che la sua famigerata Mercedes che guidava a tutta velocità, quasi fosse lo stuntman dei giornalisti... Siamo andati insieme a cercare una tenda, facendo decine di telefonate e alla fine ne abbiamo trovata una, abbastanza grande per tutta la famiglia. La tenda era arrivata con gli aiuti umanitari e normalmente avrebbe dovuto essere distribuita gratuitamente, ma noi l’abbiamo dovuta pagare 3.500 shekel (880 dollari). .

L’arte di arrangiarsi

Una volta rientrati a casa, ci siamo messi a lavorare. Abbiamo pulito le erbacce e la sterpaglia, livellando il terreno e portando della sabbia. Tutti hanno dato una mano, i bambini, Sabah, Hassoun ed io. Poi abbiamo montato e sistemato la tenda, grazie alla nostra abituale arte di arrangiarci: un buco per i servizi igienici, con un canale e un secchio circondato da cemento, un angolo cottura, tutto questo in una casupola di legno con un telone impermeabile. Abbiamo anche una doccia, fatta da un sacchetto con un tubo che appendiamo in alto. Il proprietario di una casetta lì vicino ogni tanto ci dà dell’acqua salata, che ci serve per i bisogni quotidiani. Ho comprato anche una cisterna da 500 litri. L’acqua potabile la compriamo dai corrieri che passano con taniche da 1.000 litri trasportate su carretti. Fanno la fila alla stazione di depurazione che si trova a un chilometro di distanza, dove l’acqua è gratuita, e poi la rivendono. È un po’ cara ma almeno ci evita di aspettare un giorno intero per riempire una o due taniche.

E così, dopo una notte insonne e una giornata di lavoro, verso le 7 di sera tutti eravamo distrutti, con i bambini che sono crollati per la stanchezza, cadendo in un sonno profondo. La cosa positiva è che i bambini erano già pronti a vivere questa situazione. A Walid avevo comprato una piccola tenda e lui giocava a fare il campeggiatore quando eravamo ancora a Rafah. Quindi non c’è stato uno shock quando siamo arrivati, al contrario, mio figlio era molto felice.

Anche i bambini di Sabah l’hanno presa bene. Ho detto loro: “Vedrete, sarà come andare a fare un picnic, e la tenda è molto meglio che dormire sul cemento. Sarà un’esperienza fantastica, sotto la tenda vedrete anche l’alba e il tramonto”. Erano molto contenti di dormire in tenda, e lo ero anch’io perché non volevo che sentissero di aver cambiato stile di vita, finendo in condizioni misere. Avevano visto già i campi profughi dove le persone erano ammassate l’una sull’altra, in situazioni molto difficili. E così ho detto: “Questa non è una tenda, è la nostra villetta, costruiremo un giardino, avremo i nostri servizi igienici, la nostra cucina, faremo dei barbecue con la legna, sarà come andare in vacanza al mare”. Ed è andata bene perché finora sono contenti di stare qui.

“Un carro armato ha colpito Rania e Ramzy uccidendoli sul colpo”

Il giorno dopo, al risveglio, il nostro primo pensiero è stato quello di telefonare agli amici che vivevano con noi a Rafah. Purtroppo, abbiamo avuto una cattiva notizia. Rania, la figlia del proprietario dell’edificio dove abbiamo abitato dopo la nostra fuga da Gaza City, era stata uccisa insieme a suo marito Ramzy. Abitavano a due strade da noi. Da quasi una settimana, anche loro avevano deciso di partire. Quando c’è stato il raid a Rafah, pensavano che gli israeliani avrebbero indicato le zone da evacuare. Così hanno aspettato, ma quando i soldati erano ormai vicini, hanno deciso di lasciare Rafah. Non volevano partire a piedi, ma non avevano più soldi per pagare un viaggio su un carretto che costa tra i 500 e i 700 shekel (125 e 175 dollari). Aspettavano che un loro creditore saldasse un vecchio debito, ma lui non ha mantenuto la parola.

Quando i carri armati robot sono arrivati, i nostri amici hanno mandato i figli, quattro femmine e due maschi, a casa dei nonni. Rania e Ramzy volevano rimanere fino al mattino seguente per cercare di recuperare il salvabile prima di lasciare la loro casa. Li ha colpiti una granata sparata da un carro armato, uccidendoli sul colpo. È stata una notizia terribile. Speravo tanto che finisse bene per tutti perché non volevo più sentire simili tragedie, come succede ormai da troppo tempo. Gli altri vicini, che abitavano nello stesso palazzo di famiglia, sono riusciti a partire su dei carretti, arrivando sani e salvi non lontano da Al-Mawasi, in una località chiamata Shakoush, che in arabo significa martello. Lì hanno montato le loro tende.

Ma Rania e Ramzy non c’erano. È stata molto dura per tutti. Questa guerra è come vivere ventiquattr’ore al giorno in un vortice di eventi che si susseguono incessantemente, con gente sballottata e impaurita. Siamo tutti presi in questo vortice, anche se ogni tanto, qualcuno ne esce morto. Tutti noi restiamo invischiati in questo meccanismo che non smette mai di girare. Ci siamo dentro nella miseria o nella paura, nell’angoscia, nel pericolo, nei bombardamenti, nei massacri e nelle stragi. E in questo continuo vortice non riusciamo nemmeno a esprimere la nostra tristezza, a dare un ultimo saluto ai morti come si deve.

Non è facile trovare le parole giuste, ma non riusciamo a dare valore a chi viene ucciso. Vale a dire che non siamo tristi come dovremmo essere per i nostri cari, perché ci sono troppi massacri intorno a noi. Non abbiamo perso la tristezza, ma il valore della tristezza.

“Sono fortunato ad avere Sabah come moglie”

Ogni giorno veniamo a sapere che abbiamo perso un’altra persona, che qualcuno ha perso la sua famiglia, che un amico ha perso il figlio, la casa. C’è un susseguirsi di cattive notizie. Gaza è fatta di relazioni familiari e sociali, qui tutti si conoscono. Ho comunicato la morte di Rania solo a Sabah, perché non volevo dirlo ai bambini. Conoscevano il loro figlio maggiore, che ha la stessa età di Sajed, il secondogenito di Sabah. Non volevo fargli sapere che i genitori dei loro amici erano morti. Che riposino in pace.

E così abbiamo cominciato la nostra nuova vita, una vita da profughi e nomadi forzati. La cosa buona è che i bambini si adattano facilmente. Ci siamo alzati presto e abbiamo fatto colazione su un forno a legna di argilla. Il gusto è diverso, ma tutti eravamo felici. Per me, la cosa importante era che i bambini non sentissero il pericolo, la paura e la perdita degli amici. Non volevo rovinargli la gioia di vivere in tenda. È una cosa umiliante, ma sono riuscito a trasformare quell’umiliazione in qualcosa che dà la felicità. E poi ci troviamo in riva al mare. Quando avremo finito i lavori, andremo a fare il bagno la mattina presto.

Siamo stati fortunati, prima di tutto perché ne siamo usciti sani e salvi, anche se in extremis. E poi perché, anche se viviamo in tenda, è una tenda a cinque stelle, mentre vicino a noi ci sono tanti sfollati che vivono ammassati in condizioni di promiscuità. Per Walid è un luogo di gioia, una sorta di parco giochi. E sono fortunato ad avere Sabah come moglie perché ha un carattere molto forte e si adatta subito. Pala alla mano, Sabah ha livellato il terreno, ha dato una mano a montare la tenda, rendendola subito un luogo accogliente per tutti noi. Da quando ho comprato il forno di argilla, ogni mattina ci prepara la colazione. Sabah è il pilastro della nostra famiglia, anche se lavora sempre in silenzio. È una grande fortuna che nella mia vita ci siano lei e i suoi figli. La mia speranza è di resistere fino alla fine, che tutto questo finisca presto e che, fra non molto, torneremo tutti a casa.

1Noto anche come “asse di Saladino” è una zona cuscinetto tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, secondo le disposizioni degli accordi di pace tra Il Cairo e Tel Aviv. [Ndr].