Detenuti palestinesi: dopo i supplizi della prigione, le sofferenze dell’esilio
Liberati in seguito all’accordo di cessate il fuoco a Gaza, 154 detenuti palestinesi sono stati costretti a lasciare la loro terra. Il quotidiano egiziano Al-Ahram ha raccolto le testimonianze di quattro di loro, trasferiti attraverso il valico di Rafah e ospitati temporaneamente in un hotel del Cairo. Testimonianze strazianti che rivelano cosa significhi tornare liberi dopo decenni di detenzione nelle carceri israeliane, dove gli abusi sono “una pratica sistemica e istituzionalizzata”.
Nasser Abu Srour: “Io sono il muro”
Quando il cancello della prigione si è aperto, Nasser Abu Srour non riusciva a crederci. “Anche quando il pullman è partito, aspettavo che qualcuno venisse a dirmi: davvero pensavi di essere libero? Scendi”.
Nato e cresciuto nel campo profughi di Aida, vicino a Betlemme in Cisgiordania, militante nel movimento studentesco di Fatah, Nasser è stato arrestato nel 1993 e condannato all’ergastolo per l’uccisione di un ufficiale dell’intelligence israeliana durante la prima Intifada (1987-1993). Ha passato 33 anni in carcere.
Quando hanno iniziato a circolare le liste dei possibili rilasci, non osava sperarci. Aveva già assistito a quattro ondate di scarcerazioni senza il suo nome. “La delusione è grande quanto l’attesa”, dice. “Perciò ho imparato ad abbassare le aspettative”. Era il suo meccanismo di difesa. “Quando è stato annunciato il mio nome, non sono crollato come mi aspettavo. Il mio meccanismo di difesa era ancora in funzione”. Ricorda gli abbracci dei compagni, i loro sguardi. I pochi indumenti consunti che si scambiavano come preziosi bottini, perché non avevano più nulla.
Al valico di Rafah, la paura è tornata. “La porta era chiusa. Ho sussurrato: apriti Sesamo. E alla fine si è aperta”. Una volta in Egitto, ha inspirato profondamente. “Oh Dio, c’è un cielo. Un cielo immenso… Il fuori non è un luogo, è una sensazione. E per la prima volta, il fuori era davvero fuori”.

Al Cairo, uscendo da un ristorante galleggiante sul Nilo, cammina lentamente, come se, a 56 anni, stesse riapprendendo il mondo. Nasser Abu Srour parla con la stessa voce dei suoi libri: poetica, filosofica, e con un “wow” sempre sulle labbra. “Pare che due esseri non perdano mai la capacità di stupirsi: il bambino e il filosofo. Dopo 33 anni in una caverna, forse sto tornando all’infanzia, o forse sto iniziando a filosofare”. Da quando è stato liberato, dice di aver fatto cinquecento cose per la prima volta: entrare in un hotel, salire in un’auto, guardare una donna… “Lo stupore è un atto divino”.
Sua madre, che per anni lo ha seguito di carcere in carcere per fargli visita, è morta poco prima del suo rilascio. “Ha infranto una grande promessa. Le avevo detto di aspettarmi. Avevamo iniziato questo viaggio insieme e avremmo dovuto finirlo insieme”.
Nasser ha subito interrogatori, isolamento e continui trasferimenti tra le prigioni israeliane, da Ofer a Gannot, fino al deserto del Naqab. Descrive la detenzione come un laboratorio di crudeltà. “Ci trattavano come cavie, come le scimmie e i cani negli esperimenti di Pavlov e nelle ricerche di psicologia comportamentale”. Racconta il sistema delle punizioni collettive, inaspritosi dopo ottobre 2023: l’ora d’aria ridotta a venti minuti, la linea gialla da non oltrepassare. “Se qualcuno la superava, tutti quelli che si trovavano nel cortile venivano picchiati con i manganelli o spruzzati con i lacrimogeni. Così, ogni volta, ci precipitavamo verso chi faceva un passo di troppo per riportarlo dietro la linea”.
In carcere, dice, si forma subito una gerarchia: chi comanda, chi resiste, chi riesce a strappare un po’ più di cibo. Dopo il 7 ottobre, “non c’è più vita culturale, solo vita biologica”. Alcuni prigionieri si consumavano sempre di più, fino a non avere altro peso da perdere. Lui stesso è sceso da 71 a 59 chili. “Vivevamo in modalità sopravvivenza. E la sopravvivenza, lì dentro, diventa qualcosa di profondamente individuale”, spiega. Eppure, parla della prigione come di un’astrazione, quasi un’idea più che un luogo. A sua nipote Shaza, che gli ha chiesto di raccontarle della detenzione, ha risposto: “Non immaginarmi rinchiuso in uno spazio, pensa alla prigione come a un concetto”. Un altro dei suoi meccanismi di difesa.
Trentatré anni però sono tanti. Nasser parla di un tempo “parallelo”. “Gli anni in prigione si accumulano; l’accumulo diventa massa, la massa ha un peso, il peso diventa stanchezza”. Per sopravvivere, ha trasformato questa stanchezza in resistenza, cercando di “plasmare” la prigione prima che fosse lei a plasmare lui, a spezzarlo. Col tempo, il muro della cella è diventato il suo compagno.
Sono il prodotto del muro. È stato il mio punto di riferimento. Mi ci sono appoggiato, ci ho pianto sopra. Mi separava dal mondo, ma mi proteggeva anche. Io sono il muro e il muro è me.
Da questa intimità con la pietra è nato il suo primo romanzo, Il racconto di un muro1. Dopo la liberazione, dubitava perfino di saper scrivere una dedica. Senza carta né penna per due anni, gli ci è voluto del tempo per ritrovare la mano. “Alla fine ci sono riuscito… Non mi hanno rubato la lingua”.
Non sa se benedire o maledire ciò che ha vissuto. “Ho detto spesso che la prigione mi ha dato tutto. Forse era un altro modo per difendermi. Ma è vero che la mia opera più grande è la prigione stessa. La porto dentro: pesa, certo. Ma pesano anche il dolore e la gioia”.
Nader Sadaqa: la via della sofferenza
Soprannominato “il samaritano”, Nader Sadaqa è stato uno dei primi detenuti rilasciati nell’ambito dell’ultimo accordo, ma il suo cammino verso la libertà si è rivelato il più duro.
La mattina dell’8 ottobre 2025 si trovava nella prigione di Shata, nel nord di Israele. Trasferito da solo alla prigione di Ramon, ha impiegato dodici ore per arrivarci. Ha passato lì la notte, prima di essere dichiarato libero al mattino insieme ad altri. È iniziato allora un viaggio ancora più lungo, durato più di due giorni, dall’estremo nord all’estremo sud, che lui definisce “la via della sofferenza”, un percorso fatto di umiliazioni e paura. “Il trasferimento è cominciato all’alba del mercoledì e si è concluso il venerdì mattina”, racconta. Sono una ventina. Il loro ultimo pasto risale al pomeriggio del 7 ottobre, passano attraverso i posti di blocco, quelle “stazioni di vessazione e tortura”. Costretti a rimanere in piedi dalle due del pomeriggio alle sei del mattino, non possono fare un solo movimento senza rischiare di essere uccisi. “Il minimo gesto poteva costarci la vita”. Niente da mangiare, niente per dormire. “Questo spezza l’essere umano fino al midollo della sua dignità”.

Nader Sadaqa, 48 anni, è originario del Monte Garizim, vicino a Nablus. È membro dei samaritani - la più antica comunità ebraica al mondo, che rifiuta la pretesa religiosa sionista su Gerusalemme - e leader delle brigate Abu Ali Mustafa, il braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nel 2004 è stato condannato a sei ergastoli e 45 anni.
La liberazione, dice, è stata un atto di vendetta inflitto dalle guardie ai detenuti. “Ognuno voleva vendicarsi prima di vederci andar via”. Essere umano o carceriere: secondo lui, ci sono solo queste due scelte. “Quelle guardie hanno perso la loro umanità. Ci trattavano come esseri inferiori, convinte che noi arabi fossimo solo una minoranza di cui sbarazzarsi”.
Colui che in prigione chiamavano “l’intellettuale” distingue due epoche: prima e dopo il 7 ottobre 2023. Prima, “c’era ancora un limite, una parvenza di ordine”. Dopo, tutto è crollato. “Le protezioni giuridiche, politiche e popolari sono scomparse. Il mondo taceva, Gaza bruciava, e il carceriere sapeva ormai di poter colpire, torturare e uccidere senza conseguenze. Quel giorno si sono unite la capacità, la volontà e l’occasione. È stato il caos totale. Israele ha trovato il pretesto che aspettava da tempo”. L’obiettivo, dice, era chiaro:
svuotarci del nostro contenuto militante, disperderci, disintegrarci, schiacciarci. Trasformare i corpi in polvere affinché non potessero più ricostruirsi. La cosa più terribile era la sensazione che ci stessero strappando via la nostra umanità.
I prigionieri sono quindi diventati il bersaglio più vulnerabile. “Tutto serviva come strumento di tortura: la fame, la mancanza di luce solare, di igiene e di cure”, confida. Dimagrito, con gli occhi infossati, una sciarpa sulle spalle nei colori della Palestina, ricorda: “Nei primi mesi [dopo il 7 ottobre], tra i 25 e i 30 detenuti sono morti per negligenza medica, per le percosse o per malattie lasciate dilagare nelle celle”.
Aveva paura? “La domanda non è se avessi paura, ma cosa potesse ancora rassicurarci. Niente. La mia paura era quella di cadere perché, se fossi caduto avrei trascinato con me gli altri. Paura di essere picchiato, umiliato, annientato. Quella paura… non mi è servita a nulla”. Ma teme ancora di più per chi è rimasto in carcere, ragazzi di 17 o 18 anni.
Eppure, nei suoi occhi non si vede alcuna frattura. “La resistenza era e rimane la scelta dei detenuti nelle prigioni israeliane. È l’unica scelta possibile. Non abbiamo il lusso di arrenderci o di scegliere un’altra strada”.
Bassem Khandaqji: la penna del prigioniero
Seduto nel corridoio angusto di un hotel del Nuovo Cairo, Bassem Khandaqji parla al singolare per dire il plurale. “Quella che ho vissuto è un’esperienza collettiva”, afferma. Per lui, l’essenza della violenza carceraria israeliana è “attaccare il corpo palestinese nella sua materia, e poi agire sulla coscienza e la psiche”.

Arrestato nel 2004 e condannato a tre ergastoli, è uscito di prigione a 42 anni, dopo oltre vent’anni di detenzione. Dietro le sbarre ha iniziato a scrivere un corpus narrativo che gli è valso il premio Booker arabo nel 2024 con il romanzo Una maschera color del cielo2, ma anche una serie di violenze e torture, “perché non sopportavano l’idea che un prigioniero potesse scrivere, pensare, esistere”.
Negli ultimi due anni, spiega, la natura delle politiche carcerarie israeliane è cambiata, andando oltre tutto ciò che i palestinesi avevano conosciuto dal 1967. “Sono ossessionati dai dettagli”, dice, descrivendo pratiche che mirano a distruggere la persona. “Siamo stati affamati deliberatamente, privati di tutto, per ridurre la nostra esistenza alla mera sopravvivenza”. Fame programmata, privazioni totali, abiti degradanti, isolamento. Persino la confisca degli orologi, “un modo per strappare al prigioniero la sua temporalità”.
Perdere il senso del tempo significa essere ridotti ad animali. L’uomo si distingue perché sa di esistere nel tempo. Volevano privarci di questa consapevolezza.
Nei primi anni di detenzione, malgrado le difficoltà, esistevano alcune regole minime, un quadro normativo conquistato a fatica. “Dal 1967 al 2023, eravamo riusciti a imporre alcune condizioni che rispettavano, nella loro forma più elementare, la dignità dell’essere umano. Ma dopo il 2023, tutto è stato cancellato. Il colonialismo ha mostrato il suo vero volto, nudo, brutale, senza maschera”.
Bassem ricorda il suo amico e compagno di prigionia, il saggista e romanziere Walid Daqqa - morto nel 2024 dopo 38 anni di carcere - che parlava di una “cauterizzazione della coscienza” come metodo sistemico. Le punizioni collettive, dice, ne sono un esempio lampante. “Se uno sbaglia puniscono tutti. L’obiettivo è cancellare le differenze, ridurci a un unico corpo indistinto, un corpo da dominare”.
Paragona le carceri israeliane a “un laboratorio coloniale”. Le tecniche testate sui detenuti, afferma, vengono poi applicate all’intero popolo palestinese.
La sua arma è stata la letteratura. “Scrivere, per me, era un atto di resistenza, un atto di libertà, un atto di esistenza”. Privato di carta e penna, ha imparato a comporre mentalmente. “Negli ultimi sei mesi ho scritto un intero romanzo nella mia testa. Ogni giorno ripetevo le frasi, le immagini, per non dimenticarle. Lo porterò con me finché non sarò pronto a metterlo su carta”.
Ora che è libero, sta scoprendo un mondo nuovo, sconosciuto. “Sto imparando a usare lo smartphone, a familiarizzare con la tecnologia”. La parte più dolorosa rimane la distanza dalla famiglia: solo sua sorella ha potuto raggiungerlo in Egitto. “Sono uscito libero, ma senza le braccia di mia madre. È una libertà amputata. Non sono ancora guarito del tutto”.
Nonostante le perdite - il padre morto durante la sua detenzione, la giovinezza confiscata - Bassem non cede all’amarezza. “Ho perso molto. Avrei potuto avere una famiglia. Ma non rimpiango nulla. Ogni lotta ha un prezzo”. E sorride, quasi rasserenato. “Ho trasformato la prigione in un’opportunità. Mi ha dato una voce. Il mio premio letterario ne è la prova”.
Raed Abdel Jalil: lottare per non diventare bestie
“Il freddo ti penetrava nelle ossa”. Raed Abdel Jalil ricorda quelle notti in cui, nella prigione del Negev, sei uomini si stringevano sul pavimento per trattenere un po’ di calore. “Ci ammucchiavamo addosso tutti i vestiti che avevamo per riscaldarci appena”, racconta. “Era quel freddo tagliente di cui si legge nei romanzi di una volta. Lì abbiamo davvero capito cosa significhi morire di fame e di freddo”.

Raed, 44 anni, rilasciato nel febbraio 2025 dopo 23 anni di detenzione, oggi aiuta altri ex prigionieri a riabituarsi alla libertà in esilio.
Nel suo racconto torna al 7 ottobre, il giorno in cui tutto è cambiato. Le celle vennero perquisite e svuotate. “Le guardie presero tutto. Tutto. Ci lasciarono solo un materasso, una coperta e un capo di abbigliamento a testa. Persino il sale e lo zucchero furono confiscati”. La colazione si ridusse a 50 grammi di yogurt, un’oliva e tre pezzi di pane bianco. Per il resto della giornata: una fetta di tacchino semicotto, due terzi di un bicchiere di riso, mezza tazza di zuppa di verdure e un cucchiaio di marmellata ogni tre giorni. L’acqua veniva concessa solo per un’ora al giorno. “Sei bagni per 250 prigionieri. In quell’ora dovevamo lavarci, andare in bagno, pulire i vestiti, riempire le bottiglie per bere”.
Originario delle colline tra Nablus e Jenin, Raed è stato arrestato nel 2002 e condannato a 4 ergastoli e 40 anni di carcere per operazioni contro coloni e soldati israeliani.
Nelle prigioni di Hadarim, Gilboa, Ashkelon e Nafha, ha scoperto un mondo parallelo, una piccola società palestinese organizzata, solidale, fondata sul bisogno di dignità. “Avevamo costruito una sorta di Stato dietro le mura. Ogni sei mesi eleggevamo dodici rappresentanti, cinque dei quali formavano una direzione. Vivevamo secondo regole, non come bande. Avevamo persino delle università”. È lì che si è formato.
Quando sono entrato, non avevo nemmeno il diploma di scuola media. Mi vergognavo di scrivere a mia madre. Marwan Barghouthi ci ha insegnato che dovevamo diventare dei militanti consapevoli, istruiti. Diceva sempre: senza coscienza, la resistenza è un disastro per il popolo.
Raed ha conseguito una laurea in scienze politiche, quindi un master, e ha scritto due romanzi - L’amore e il fucile e La visita - ancora inediti in italiano.
Dopo ottobre, tutto è precipitato. Dodici uomini erano stipati in celle pensate per quattro, senza ventilazione né prodotti per la pulizia. La scabbia dilagava, le ferite si infettavano, la pelle cadeva a pezzi. “Quando ci hanno fatto uscire dopo 7 mesi, mi è sembrato di vedere dei morti viventi”.
Eppure, da quel caos è nata un’unità inattesa. “Prima, ogni fazione aveva la sua cella: Hamas, Jihad, Fatah, Fronte Popolare. Dopo ottobre, ci hanno mescolati di proposito, per smantellare le nostre strutture. Ma è successo l’opposto: abbiamo condiviso tutto. Chi parlava l’inglese lo insegnava, chi conosceva la storia della Palestina la trasmetteva… Io, per esempio, ho imparato l’inglese da Nasser Abu Srour. Senza carta, incidevamo le lettere sui muri con piccoli pezzi di metallo”.
Per due anni hanno vissuto quasi totalmente isolati: niente visite, niente radio, nessuna notizia dall’esterno. Ma in quel silenzio forzato, sono riusciti a ricreare una forma di comunicazione: parole sussurrate da una finestra all’altra, messaggi fatti scivolare tra le celle. “Ci dicevamo: resisti, è solo una fase, passerà”.
Anche il cibo è diventato una forma di resistenza. “La responsabilità maggiore era la distribuzione dei pasti, al centro del cortile, perché tutti vedessero che era equa. Raddoppiavamo le razioni per anziani e malati”. Figure come Ahmad Saadat spesso cedevano la loro parte. “Nonostante i suoi 72 anni, conservava sempre qualche pezzo di pane e il giorno dopo lo offriva agli altri. Quel gesto semplice ci ricordava che eravamo ancora umani. Lottavamo per non diventare bestie”.
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